Il 17 Gennaio, nel calendario romano - cattolico,
ricade la festa di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali.
A dire il vero, nella vita del santo non c’è niente
che possa accomunarlo alla vita rurale, ai campi e tanto meno al
bestiame. Antonio Abate è considerato, infatti, il patriarca del
monachesimo. Vive tra il III ed IV sec d. C. in Egitto; all’età di
vent’anni si ritira in una tomba scavata sul fianco di una montagna e
fonda la comunità cristiana di monaci.
Perché, allora, Sant’Antonio Abate viene da sempre
accomunato agli animali?
Con l’affermarsi del Cristianesimo, i riti pagani
della benedizione dei campi e del bestiame, che nell’antica Roma avevano
luogo tra Gennaio e Febbraio, trasmigrarono nella nuova Fede.
Poiché sembra che il Santo sia morto veramente il 17
Gennaio, la data di commemorazione di Antonio Abate si è trovata nelle
vicinanze delle antiche feste romane: ed ecco, in questo giorno, gli
animali benedetti sui sagrati delle chiese a lui dedicate.
La Festa di Sant’Antonio Abate è ancora oggi
celebrata in molte località italiane ed in modo particolare in Campania.
In questa regione del Meridione, i riti in onore del
protettore degli animali sono strettamente legati al Carnevale.
Il popolo campano dà, infatti, inizio al periodo
carnevalesco proprio il 17 Gennaio.
La festa, oltre che nelle zone ad economia fortemente
agricola viene celebrata anche nel capoluogo regionale.
A Napoli, tuttavia, la festa di Sant’Antonio Abate è
ormai un rito quasi in via di estinzione.
In città i festeggiamenti avvengono nel quartiere
intorno a Via Foria, detto dai napoletani "‘o buvero ‘e Sant’Antuono"
per la presenza della chiesa omonima.
Dalle prime luci dell’alba, si assiste ad una
processione di persone intenzionate a far benedire se stessi e i loro
animali.
È però la sera il momento più suggestivo della festa.
Dopo la celebrazione eucaristica, la statua di
Sant’Antonio Abate viene portata lungo le strade del rione; durante la
processione, al grido "menate, menate", da ogni finestra vengono calati
tutti gli oggetti di legno che non servono più.
Nel frattempo, si prepara una vampa di fuoco, detta
"‘o cippo" oppure "‘o fucarazzo", il cui orario di accensione è fissato
per le 19:00.
Il fuoco può essere ricollegato sia all’azione del
Santo contro il male che alla guarigione dalla malattia dell’ergotismo e
dell’ herpes zoster, affezioni curate con il grasso del maiale.
Nei comuni della provincia parthenopea, come
Sant’Antonio Abate nel Vesuviano, Bacoli nei Campi Flegrei e Cicciano
nel Nolano, ma anche nel Cilento, i festeggiamenti si protraggono per
più giorni.
In questi territori, spesso si tende a mettere
insieme i rituali tradizionali legati al Santo con quelli di ispirazione
pagana.
Così, accanto alle processioni e all’accensione dei
cippi, si ballano tammurriate e tarantelle, si vendono prodotti tipici
locali, come taralli e soffritto o, peggio, si compiono atti sacrileghi,
come ad esempio la bruciatura di tre fantocci, simbolo del male, che
avveniva a Macerata Campania fino agli anni ’70.
Oggi, in una società fortemente dominata dalla
tecnologia, la simpatica figura di Sant’Antonio Abate si ripropone come
simbolo del rispetto per il mondo animale e non può non farci riflettere
sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente.
All’uomo Dio ha affidato il dominio su tutto il
creato; ciò non significa però che l’essere umano può dissipare le
risorse e stravolgere gli equilibri del pianeta in cui vive; semmai
agire in modo consegnarlo migliore alle generazioni future, seguendo
proprio l’esempio di Sant’Antonio Abate.
Antonio Abate: vita di un santo
Cenni Biografici
Antonio abate è il patriarca del monachesimo ed è una
figura realmente esistita. Nacque a Coma, nell’Alto Egitto, tra il 251 e
il 256 d. C., da ricchi genitori cristiani; rimasto orfano all’età di
vent’anni, divise l’eredità con la sorella e diede ai poveri la sua
parte.
Si ritirò in una tomba scavata sul fianco di una
montagna vicino al luogo natale e visse da eremita. Attorno al 305 fondò
una comunità nel Fayum e poco dopo un’altra nel Pispir. Fu lui a dare
inizio alla vita monastica, pur non dotandola di regole precise.
Divenuto famoso in tutto l’Egitto, la gente correva
da ogni dove per chiedergli consiglio. Di lui abbiamo una lettera
autentica indirizzata all’abate Teodoro e ai suoi monaci. Fu amico di
Sant’Atanasio, che appoggiò contro l’eresia ariana, tenendo a
novant’anni un infervorato sermone nella città di Alessandria.
Antonio morì più che centenario nel suo eremo sul
monte Colztum, vicino al Mar Rosso.
Fu Sant’Atanasio a scrivere la sua biografia attorno
al 357, mentre secondo altri questa Vita è stata scritta tredici -
quindici anni dopo.
Sant’Agostino, nelle Confessioni, ricorda come la
figura di Antonio fosse ancora viva nella memoria trent’anni dopo la sua
morte e come suscitasse ancora vocazioni.
L’Iconografia
Sant’Antonio Abate viene di solito rappresentato come
un vecchio monaco, dalla fluente barba bianca, avvolto in una tunica
bianca e mantello scuro, con cintura di cuoio e la lettera Tau sul lato
sinistro del mantello. Alcuni elementi caratteristici accompagnano quasi
sempre la figura del Santo:
Il bastone – Questo, nella iconografia più
antica, si presentava nella sua forma normale. In seguito prese la forma
del Tau, cioè la croce egiziana a cui si dava il valore della vita
futura. Questo simbolo, in alcuni casi, è presente anche sul mantello
del Santo.
Il campanello – Questo elemento si può
ricollegare all’usanza degli Antoniani di allevare maiali vaganti in
libertà e mantenuti dalla carità pubblica; questi animali avevano come
segno di riconoscimento, infatti, proprio un campanello attaccato al
collo o ad un orecchio.
Il maiale – Spesso ai piedi del Santo è
raffigurato un maialino. Cosa c’entra il maiale che per i cristiani è,
tra l’altro, simbolo del male? Secondo gli studiosi, all’inizio si
trattava di un cinghiale, attributo del dio celtico Lug, venerato in
Gallia ma che compare anche nelle saghe irlandesi, ritratto come un
giovane che tiene tra le braccia questo animale.
Lug era il dio del gioco e della divinazione, era
colui che risorgeva con la primavera, figlio della Grande Madre celtica
cui erano consacrati i cinghiali e i maiali come alla romana Cerere. I
Celti lo tenevano in gran conto, tanto è vero che portavano l’emblema di
un cinghiale sugli stendardi e sugli elmi. Non solo, sui corti capelli
stendevano una poltiglia di gesso perché, irrigidendosi,
rassomigliassero alla cotenna dell’animale. I sacerdoti celtici, i
Druidi, erano chiamati Grandi Cinghiali Bianchi; nelle leggende si
racconta anche di una caccia al cinghiale immortale per togliergli un
pettine e una forbice che si trovavano fra le sue orecchie. Poiché le
reliquie del Santo erano giunte in Francia, i primi cristiani celti
trasferirono nel Santo gli attributi del dio pagano e nelle leggende di
Sant’Antonio Abate ecco che s’inserisce il cinghiale, diventato poi
maiale per estirpare il ricordo precristiano.
Da allora nacquero due leggende per cristianizzare
gli emblemi: la prima racconta che il cinghiale-maiale fosse il diavolo
che, sconfitto da Antonio che aveva resistito alle tentazioni, è
destinato a seguirlo docilmente; la seconda dice che un giorno il Santo
guarì un maialino e da quel momento questi lo seguì fedele come un cane.
E il maiale diventò un privilegio dei Fratelli
Ospedalieri di Sant’Antonio, fondati nel 1600, che potevano allevarlo
per nutrire gli ammalati che accorrevano alla chiesa di
Saint-Antoine-de-Viennoi alla Motte-Saint-Didier, ma anche per curarli
con il suo grasso dalla malattia dell’herpes zoster.
Il libro – Il libro che il Santo regge in molte
raffigurazioni richiama la regola da lui concepita per i monaci e da lui
dettata a San Macario, suo discepolo
La fiamma – Il fuoco che appare nelle
rappresentazioni del Santo può essere ricollegata all’azione di
Sant’Antonio contro il male oppure alla guarigione dalla malattia
dell’ergotismo.
L’ergotismo, detto appunto anche "fuoco di
Sant’Antonio", citato da Plinio come ignis sacer (fuoco sacro),
fu nel Medioevo una delle malattie più temute che periodicamente mieteva
numerose vittime. Si trattava di una intossicazione di origine
alimentare provocata dall’ingestione di farine cereali contenenti gli
sclerosi della segale cornuta. La malattia cominciava con un senso
d’intenso bruciore e provocava nel malato il disseccamento dei tessuti e
la cancrena, portando alla perdita degli arti, che spesso venivano
amputati per impedire il diffondersi dell’infezione.
Scomparso l’ergotismo, il fuoco di Sant’Antonio
indicò l’herpes zoster, un’affezione che colpisce le cellule
nervose e si manifesta con fenomeni epidermici localizzati lungo il
decorso dei nervi.
Come già citato, oggetto di cure di queste malattie
era il grasso del maiale.
Ma il fuoco può avere anche significato allegorico ed
indicare l’amore per Dio e i fratelli; San Filippo Neri, molto devoto
del Santo, diceva spesso come augurio: "Che ti prenda il fuoco di
Sant’Antonio!"