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Alcuni giorni fa, nel fare la periodica pulizia dei cassetti della scrivania, mi sono ritrovato tra le mani un pezzo di carta scolorito: stavo già per appallottolarlo e buttarlo nel cestino, quando mi sono accorto che si trattava della ricevuta della prima quota versata all'Associazione degli ex alunni del Garibaldi.

Allora ho cambiato idea e, dopo averlo lisciato, l'ho riposto nel cassetto: non ho potuto fare a meno di ripensare a quella voce che riemergeva dal passato remoto, senza preavviso " Pronto, ciao, come stai? Sono Paolo De Scisciolo, abbiamo pensato di fare un 'Associazione..." e a quella prima, memorabile Assemblea Costituente.

Le motivazioni che mi spinsero ad accettare l'invito (e penso che la stessa cosa valga anche per tanti altri, se non per tutti) furono essenzialmente di natura sentimentale, certo non razionali: la curiosità e la nostalgia. La curiosità di vedere i luoghi e i compagni di quello che era stato uno dei più bei tempi della mia vita; la nostalgia conseguente adombrava la segreta speranza di un'iniezione di gioventù. Vi era, però, anche un altro, contrastante sentimento: il timore. Timore di scoprire sul volto degli altri il degrado del tempo, che i miei occhi non potevano, o non volevano, vedere sul mio. Timore che la partecipazione alla vita associativa si risolvesse in una serie di reminiscenze, stile "pensionati all'osteria del paese": che cosa infatti, poteva tenere insieme persone che in comune avevano il solo fatto di essersi sedute, spesso in anni diversi, sugli stessi banchi?

E invece.... E invece, dopo venti anni, ripensandoci e mettendo da parte gli aspetti sentimentali, posso tranquillamente affermare che l'iscriversi all'Associazione si è rivelato un pure e semplice pretesto. Si, proprio un pretesto per conoscere nuove persone, includendo tra queste anche i propri coetanei che la vita aveva forgiato in mille modi diversi, non più riconoscibili rispetto a quello che erano a diciotto anni. Conoscere queste persone, frequentarle, legare di più con alcune e con altre meno, con tutte fare delle cose, complementari, certo, rispetto al lavoro ed agli affetti, ma non meno imperanti, in quell'equilibrio che ognuno deve ricercare per non impazzire o annichilirsi.

Fare delle cose che non generano un valore economico, ma che possono, per contro, generare immensi valori culturali, sociali, etici e, perché no, ludici è l'oggetto proprio dell'associazionismo, che, non a caso è diventato uno dei motori delle cosiddette società evolute.

Immensa, infatti, è l'energia che l'homo ludens riesce a sviluppare quando o libero dalle pastoie che gli impone il suo dover essere homo economicus: con ciò non voglio assolutamente affermare che dovremmo vivere la vita come un gioco, perché la vita è una cosa tremendamente seria. Non possiamo e non dobbiamo, però, trascurare questo serbatoio nel quale le nostre idee e le nostre azioni, combinandosi con quelle degli altri, quasi sempre generano egregie cose.

Un pretesto, dunque, che io mi auguro, e vi auguro, cari compagni di scuola, di continuare a lungo ad usare per rendere più sopportabile la fatica di vivere e più gradevole una certa porzione del nostro tempo.

Non potevamo certo lasciar passare inosservato il compleanno dell'Associazione: oggi si diventa maggiorenni a 18 anni, ma i 20 anni restano il punto di transizione, in cui si comincia a lasciare la giovinezza per entrare nella maturità. Siamo veramente "maturi" noi ex garibaldini? Per rispondere a questa domanda abbiamo pensato di comporre un'opera corale, ripercorrendo quelle che erano state le tappe principali di questi primi venti anni, raggruppandoli in categorie di attività: gli eventi ludici, quelli culturali, quelli sociali e così via, in una rapida carrellata, che non vuole essere assolutamente autocelebrativa, ma semplicemente ricordare quello che è stato fatto a chi ne è stato protagonista e farlo conoscere agli altri, soprattutto ai nuovi soci, agli alunni attuali che domani saranno ex alunni e, perché no, anche al mondo esterno.

La fiaccola della classicità è come quella olimpica: in essa arde un fuoco che dura nel tempo e nello spazio e questa piccola opera serve ad alimentarlo, a contribuire a mantenerlo in vita, in un'epoca dove i venti che cercano di soffocarlo si fanno sempre più impetuosi.

Un po' di storia

Nata quasi per scommessa da un gruppo di ex garibaldini che non si erano persi di vista - cito Paolo De Scisciolo, Mario Colella, Ciro Visconti, Lino Zaccaria, chiedendo scusa ad altri che non ho citato- l'Associazione nacque nel 1990 dopo un giro vorticoso di telefonate il cui risultato fu l'Assemblea costituente, con l'approvazione dello Statuto.

Idealmente è possibile dividere i primi venti anni associativi in due decenni: il primo, quello diretto dai soci fondatori, che come anni di frequenza scolastici si collocavano prevalentemente negli anni sessanta, che si imperniò su due aspetti sostanziali: quello conviviale e quello sociale.

Sin dal primo anno di vita si organizzò la festa di primavera, nello stile dei più classici Macpi 100, una serata di ballo e di musica, canzoni, intervallati da siparietti comici, spesso tenuti da attori noti, come Lucia Cassini, Alan De Luca, Lino D'Angiò ed altri. Sempre nell'ambito del convivium quasi ogni mese si organizzavano cene, aperte a parenti ed amici dei soci, che rinsaldavano i legami di amicizia e ne facevano nascere dei nuovi. Per quanto riguarda l'aspetto sociale, come dimenticare le giornate dei medici in piazza, in cui dottori ex garibaldini mettevano la loro professionalità a disposizione della popolazione, facendo visite mediche gratuite in piazza Carlo III, con un'eco notevole anche sui mezzi di informazione? Ancora, la pazza idea di pulire le scale dell'Albergo dei Poveri, molti anni prima che il Comune si decidesse a tentare il ripristino della struttura. Ancora, i giovedì garibaldini, veri e propri spettacoli fatti nella palestra con una nutritissima partecipazione di alunni e genitori e il premio Napolitano, intitolato al nostro primo presidente, scienziato di fama mondiale.

Il secondo decennio, nel quale si è affacciata alla ribalta la classe degli ex alunni degli anni settanta-primi anni ottanta, ha fatto nascere, senza rinunciare ai due aspetti storici, anche l'aspetto culturale. Il certamen garibaldìnum - traduzione dal latino di un brano classico , inizialmente riservato agli ex alunni e poi aperto anche agli alunni, ed il processo a Garibaldi hanno segnato questa nuova connotazione associativa. Il processo, o evento culturale, è diventato un appuntamento fisso annuale: sono saliti sul banco degli imputati: i Briganti, Antigone, Bruto, la Repubblica Napoletana e si sono affrontati gli epigoni di Eraclito e Parmenide. La nascita della compagnia teatrale "Le Maschere" - poi rinominata "I Prosopi", che significa la stessa cosa, ma in greco - ha trasformato in provetti attori ex alunni che, come disse il regista e direttore artistico Lello Bracale "avevano perzo 'o scuorno". La "lectio magistralis" tenuta da Giovanni Polara nelle aule del liceo ha completato l'argomento del certamen.

Le visite guidate hanno consentito a tanti di noi di scoprire stupende realtà artistiche nei monumenti della nostra città, ad altri di rivedere con maggiore approfondimento ciò che già conoscevano. L'aspetto conviviale è stato rinforzato affiancando alla festa di primavera quella di Natale e quella di Carnevale: le gite di "San Gennaro Fuori Porta" , la caccia al tesoro e la gara di recitazione hanno completato il quadro.

Non va dimenticata la giornata della solidarietà, che consente di inviare un aiuto economico al nostro compagno di scuola Ciro Fusco, medico missionario in Madagascar.

Resta infine da sottolineare il consolidarsi dei rapporti con la scuola, che ha visto un'elevata partecipazione, per numero, qualità ed impegno degli alunni del liceo, ma anche di altre scuole, al certamen, alla gara di recitazione, agli eventi culturali.

Raffaele Zocchi


Il programma dell'Associazione:


Il Certamen

30 Ottobre 1999: alle 9 erano tutti puntualmente seduti, ciascuno nel rispettivo banco, con tanto di Campanini e Carboni tra le mani come ai bei tempi ... È vero!

Fu un momento goliardico - culturale, una giuliva parentesi di riflessione, vissuta entusiasticamente nella cornice di una splendida ed indimenticabile mattinata autunnale, un incontestabile elemento di coesione e d'incontro, un mezzo supremo per far rivivere con forza trainante ed in un' atmosfera coinvolgente il rumoroso, ma pur sempre gioioso, baccano, suscitato da scanzonati e squattrinati studentelli nelle aule e nei corridoi del nostro glorioso liceo, durante i trascorsi periodi scolastici.

In effetti, constò di una gara di traduzione di un brano di un autore latino, grazie al quale l'associazione degli ex alunni propose, attraverso una competizione linguistico - culturale, un'occasione per un incontro di tanti ex alunni richiamati dal fascino delle lingue antiche studiate ed apprese sui banchi di scuola.

L'iniziativa avrebbe rischiato di svanire se avesse assunto l'aspetto di un evento ammuffito, durante il quale un manipolo di nostalgici, affetto da presumibile sindrome di Peter Pan, si ritrovava al cospetto di un preside baffuto, terribile ed intransigente sotto l'occhio vigile ed ombroso di docenti incartapecoriti e demotivati.

Invece, tra il sorriso del personale direttivo, docente e non docente, fu per tutti i partecipanti (circa cinquanta) un mezzo eloquente e vigoroso per offrire una tangibile dimostrazione del rinnovato interesse nei confronti delle scienze umanistiche e della lingua latina in particolare. D'altra parte partecipare ad una siffatta gara linguistico - letteraria significò perpetuare da parte dei concorrenti, attraverso la lettura e l'interpretazione di righe scritte da autori latini, i modi di una tradizione che assicura la continuità del passato con il futuro e, nel contempo, consentì agli ex garibaldini di vivere un'esperienza indimenticabile nel ricordo di intensi remoti anni di attività scolastica.

Da quel meraviglioso Ottobre 1999 il Certamen Garibaldinum è diventato un appuntamento annuale incontrovertibile, istituzionalizzato, programmato e sempre gioiosamente atteso, in quanto non rappresenta un momento solenne e rumoroso, né un evento riservato a chi è in grado di esprimere il meglio della propria cultura classica, ma costituisce una parentesi ludico-goliardica rispetto alla routine quotidiana che, tra il serio e il faceto, crea un'occasione felice e positiva per incontrarsi e confrontarsi con gli ex compagni di scuola ed altri ex alunni, anche se non coetanei.

Esso diventa vieppiù un prestigioso modo per dimostrare a se stessi, ad ex alunni ma anche ad allievi attuali e potenziali come gli studi classici abbiano lasciato nei partecipanti a tale momento agonistico un'impronta duratura ed indelebile, che, a distanza di anni, li ha fatti accorrere, per riaffermare con questa loro prova testimoniale la validità della cultura classica alla luce degli insegnamenti acquisiti nelle aule silenziose, interpretandoli e rivalutandoli al fine di ricavarne utili e preziosi consigli di vita.

Che dire allora? ... Potenza del LATINO!

Perché il latino, per troppo tempo considerato una lingua morta, è invece per noi lingua viva e vitale, lingua rigogliosa, che con il suo richiamo fascinoso ci ha calamitato dopo tanti anni.

Perché riscoprire il latino significa un'offerta da parte del patrimonio culturale del passato di innumerevoli spunti di riflessione e di ristoro spirituale per l'uomo d'oggi; significa, inoltre, un modo di guardare alle cose al di là degli stereotipi di marca televisiva e massmediatica, dimenticandoci delle "tre i" (inglese, internet, impresa).

Significa insomma riscoprire il presente rapportandoci al passato, cioè latine loquens ac cogitans.

Non sapete che cosa significa?

Prendete il vocabolario e ... traducete!

Nino Calabretta


 
     
 
     
 
     
 

La Lectio magistralis

Avevo promesso a Lello Zocchi di scrivere per questo libro un pezzo sul certamen in cui ripercorrere tutti questi anni di traduzioni e di chiacchierate sul testo che era stato scelto per la versione; pensavo che fosse una cosa abbastanza facile, visto che a suo tempo avevo fatto il mio compitino con una certa attenzione, poi invece mi sono accorto che l'arteriosclerosi da una parte e un certo mio colpevole quanto inusuale disordine complicavano molto le cose. Alcuni dei testi mi tornavano chiari alla mente, ma non l'ordine cronologico in cui erano stati proposti, per gli altri anni invece era buio totale, senza la benché minima possibilità di recuperare neppure un barlume di ricordo; non mi aiutavano nemmeno le scalette delle conversazioni, che - se fossi stato più disciplinato - si sarebbero dovute trovare in una certa cartella nella libreria, e invece saranno finite chi sa dove, e magari non ci saranno proprio più: disperato, ho chiesto soccorso allo straordinario Nino Calabretta, e con il suo aiuto si è potuto recuperare qualche volantino e qualche programma degli ultimi anni. Con questo soccorso, e con qualche memoria sparsa, non potevo certo affrontare un percorso sistematico, sia pure 'leggero' e scherzoso, per quanto possibile; dunque niente indagine diacronica, da sano filologo con i paraocchi, ma piuttosto una teoria e tecnica del certamen, da filosofo un po' sciamannato (pensavo che fosse una parola napoletana, e volevo rinviare per l'etimologia al nostro Lello Bracale, ma poi dal Battisti-Alessio ho imparato che è toscano puro, risale al 1500, e indica il contrario di 'ammannare', cioè ammannire, mettere in ordine al proprio posto).

Allora il certamen. In giro per il mondo ce ne sono tanti, generici o legati ad uno specifico autore greco o latino, ma sono una cosa diversa dal nostro: li fanno i ragazzi, portati in una specie di gita turistica dagli insegnanti, ad Arpino per il Tulliano, a Venosa per l'Oraziano e così via. Affrontano una traduzione, a volte con commento, in un clima che mescola la sana allegria con il veleno di una competitività che non fa bene né alla salute, né al morale, né al senso civico, né - soprattutto - alla scienza e al sapere, e soprattutto con il contorno di pettegolezzi che, a premiazione avvenuta, aprono la stura su tutti i possibili accordi preventivi o in itinere fra commissioni, scuole, famiglie, candidali: robaccia che ripropone in sedicesimo quello che avviene in occasione dei premi letterari con giurie, case editrici, autori e loro più immediati sostenitori, e che ha per lo più due conseguenze: una più innocua, quella di regalare a professori e professoresse un argomento su cui chiacchierare nelle lunghe serate d'inverno; una più sgradevole, quella di abituare i ragazzi alla logica del successo ad ogni costo, della liceità di qualunque imbroglio pur di vincere, anche quando in palio non c'è niente. Così si rischia di tirare su una generazione di piccoli bari, pronti all'evasione degli obblighi, a partire da quelli fiscali, alla ricerca delle scorciatoie più o meno umilianti, alla contrapposizione pregiudiziale e spregiudicata: l'esatto contrario di quello che deve fare la scuola, cioè insegnare a guadagnarsi con la fatica e con l'impegno ogni riconoscimento, a vivere in un gruppo socialmente coeso, nel quale ad ognuno tocca uno spazio ed un ruolo limitatamente gerarchizzato e governalo più dalla solidarietà che dalla conflittualità.

In questo senso possiamo dire, con orgoglio, che il Garibaldinum è un'altra cosa, perché lo spirito con cui gli ex-allievi partecipano non è certo quello di affermarsi per fare carriera, per guadagnare posti nella scala sociale, ma solo voglia di divertirsi, con quel tanto di sana regressione verso gli anni (felici?) dell'adolescenza che aiuta a superare i guai della vecchiaia o almeno i pensieri e le preoccupazioni dell'età matura, ma tutti insieme e dandosi una mano nella simpatica recita a soggetto. Anche nelle ultime annate, quando accanto ai 'grandi' abbiamo avuto i ragazzi, il doppio regime ha comunque consentito di fare qualcosa di diverso, di originale, che merita di essere conservato senza farsi inquinare dalle camarille e dalle furbizie, e - direi - perfino dalla più remota tentazione di comportamenti che potrebbero sembrare scherzosi e invece non lo sono per niente. A questa diversità ha dato una mano, almeno se il mio punto di vista non è falsato dalla diretta partecipazione all'iniziativa, la "lectio magistralis" che segue la premiazione e riprende qualche aspetto del testo usato per il certamen.

Debbo dire che all'inizio il nome non mi piaceva troppo: trovavo eccessivamente pretenzioso quel riferimento alla relazione usuale per il conferimento delle lauree honoris causa, troppo "antico" e troppo rischioso per chi accettava il compito di riferire sull'argomento; poi ho capito che anche questo nome poteva avere un senso, a condizione che si entrasse nello spirito ironico e ludico che deve caratterizzare tutte le iniziative di un'associazione di persone da tempo negli -anta (e speriamo, fra un po', negli -ento!) che vogliono recitare la parte di quelli che in inglese sono i teen, gli anni fra i tredici e i diciannove. Il magister a cui si fa riferimento non è quel Maestro con la m maiuscola che fa pensare ad una scenetta un po' volgare, in cui le prime tre lettere finiscono col diventare un "ma è" e le ultime quattro si arricchiscono di altre tre per far capire bene che cosa sia questo Maestro, ma è semmai un "masto", un brav'uomo come un qualsiasi "mastu Ciccio" e "mastu Giuanne", secondo lo stesso percorso per cui "don" si può e si deve dare a tutti, '"onn'Antò" e '"on Rafè", senza immaginare nemmeno lontanamente che debba essere un dominus con le sue proprietà immobiliari in case e terreni, e magari con le sue schiere di schiavi, liberti e clienti (nel senso latino, non in quello commerciale). Questo ha aiutato molto a trovare una misura accettabile per le chiacchierale, che non dovevano essere relazioni scientifiche ad un convegno, ma nemmeno parodie sguaiate, e mescolare la serietà con cui il "masto" pratica il suo mestiere e consapevolezza che ha della precarietà del suo prodotto, del suo limitato valore su qualsiasi mercato. Anche quando si è parlato di testi "seri", come il Cicerone - vero o falsificato - delle lettere a Bruto o il Seneca filosofo, lo si è potuto fare senza entusiasmi mal riposti e senza atti di fede in una pur consolidata tradizione interpretativa, consentendosi quegli anacronismi, quei salti da ieri ad oggi che sono sì, spesso, veri e propri tradimenti del significato che un antico poteva dare al testo ed eresie filologiche meritevoli del rogo degli inquisitori, ma sono tanto utili a ridestare l'attenzione di chi è preoccupato di essersi rovinato un pomeriggio andando a sentire noiosissime elucubrazioni su testi soporiferi, e magari a togliere l'illusione che i nostri tempi siano i primi in cui succedono cose nuove e strane, mai viste né immaginate in precedenza. Quando poi il discorso riguardava autori come Petronio o Apuleio, cosa che - a differenza di quello che succedeva a scuola, per motivi linguistici e stilistici, ma non solo - è stata assai frequente, a conferma del carattere scherzoso dell'intera iniziativa, lo spazio che si apriva davanti a chi volesse prenderli a pretesto per scorribande nel presente era più vasto di quello delle pianure del far West, anche se, pure lì, bisognava stare attenti ai serpenti a sonagli, che si nascondevano nel rischio di far dire al povero autore di più e di peggio di quello che aveva voluto dire, e alle incursioni degli indiani, che potevano verificarsi se le attualizzazioni avessero fatto nascere in qualcuno il sospetto di una strumentalizzazione finalizzata a sostenere una particolare ideologia, una specifica parte politica in un'epoca tanto segnata dalle contrapposizioni, e quindi un vistoso conflitto di interessi con il ruolo di non settario espositore del testo, tenuto ad essere imparziale come qualunque arbitro onesto. Quei liberti di Petronio, per esempio, hanno certamente fatto venire in mente a molti situazioni televisive o paratelevisive, fra trans e veline, se si voleva rimanere sul piano del vistoso e del pecoreccio, oppure fra assessori concussori (guarda un po', fa rima come "fratelli coltelli" e "parenti serpenti") e reality o talk show con i connessi immancabili accapigliamenti tanto amali ai fini dell'audience, se si voleva salire di un gradino sul piano del bon ton, ma scendere di un'intera scala su quello della pericolosità sociale e del disgusto che dovrebbero provocare. Meglio ancora gli specchi dell'Apologia di Apuleio, che consentivano di mescolare la nobiltà di Socrate e di san Paolo con i racconti sulle camere da letto che ne erano tappezzate o sull'imperatore Otone che si recava in battaglia portando con sé uno specchio, come se fosse in cerca della "bella" morte che pure riuscì ad avere a Bedriaco, e di cui gli rendono merito Svetonio e soprattutto Tacito, che pure non aveva motivo per presentarlo in maniera più favorevole di quanto gli spettasse. La cortesia e la pazienza del pubblico, ragazzi ed ex-allievi, sono state di grande aiuto nel rendere più accettabile la conversazione, e belli sono stati gli interventi, capaci di cogliere aspetti meno evidenti agli addetti ai lavori e meritevoli invece di sottolineature che li rendessero più efficaci nelle fantasie degli ascoltatori; forse ora è venuto il momento di cambiare il format, ma a questo dovrebbero pensare soprattutto gli organizzatori, i registi, che il povero attore. Dategli istruzioni, ditegli che cosa si può fare di nuovo, e lui, nei limiti delle sue capacità, cercherà di servirvi. Solo questo sono stato capace di mettere insieme in una notte e un giorno di Natale, senza albero né presepe, senza dolci né capitone: questo è stato per me il regalo che il Garibaldi mi ha fatto per il 2009, e ne sono grato a tutti i compagni.

Giovanni Polara


 

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Ultimo aggiornamento: 28-04-10