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Il teatro antico
Considerazioni preliminari
Il teatro, in tutte le sue
forme, ha avuto, specie nell’antichità, sempre un
potere di contestazione esplicita e questa
opposizione alla realtà sociale è sempre divenuta il
principio motore di ogni creazione artistica.
Nei passaggi da una struttura
sociale ad un’altra e nei disordini che essi
comportano possiamo considerare le cause e le
condizioni delle creazioni artistiche.
Bisogna, infatti, rilevare che
i grandi periodi creativi si realizzano quasi tutti
in momenti di rottura sociale: la creatività
drammatica greca è al culmine nel momento in cui gli
effetti del lento passaggio dalla vita rurale
patriarcale alla vita urbana si fanno sentire con
maggiore intensità; è il caso del 480 a.C., anno
della battaglia di Salamina, battaglia che comporta
un mutare della società.
A quest’epoca corrisponde il
momento in cui nelle città greche si impone una
nuova originale forma sociale, tanto per il
funzionamento del sistema politico, economico e
giuridico di questo, tanto per la veemenza dei
conflitti che opposero le città le une alle altre,
ed è a quest’epoca che corrisponde anche una
fioritura improvvisa di importanti opere teatrali a
cui fa seguito poi un’interruzione repentina.
La forma teatrale, quindi,
risulta una forza sociale la cui funzione è quella
di situarsi in maniera nuova in rapporto agli eventi
ed agli altri gruppi umani; la manifestazione
teatrale ha incarnato, perciò, spesso, il conflitto
tra censure sociali e libertà del futuro, profilando
sulle scene individui in lotta contro l’ordine
stabilito.
Il teatro greco diventa,
quindi, anch’esso funzione essenziale della vita
della pòlis ed è portatore di una problematica
politica e sociale essendo stato il poeta
sollecitato da specifiche situazioni che hanno
determinato il suo atteggiamento e la sua creazione:
non possiamo, infatti, dimenticare come in qualsiasi
forma artistica si rifletta la posizione
dell’artista nella vita del tempo.
Il patrimonio mitico,
cresciuto su di un terreno sociale ben diverso (la
società tribale di re, sacerdoti e pastori), poteva
essere reinterpretato in funzione dei nuovi problemi
della città e della sua politica.
La reinterpretazione del mito
in senso moderno fu assolta soprattutto dal teatro
tragico, che divenne un momento centrale nella vita
della comunità ateniese; fu, nello stesso tempo,
rito religioso, dibattito ideologico e riflessione
collettiva a cui partecipavano, spesso a spese dello
Stato, tutti i cittadini ateniesi.
In Grecia, ed in particolar
modo ad Atene, quindi, le rappresentazioni teatrali
furono un grandissimo "fatto sociale" e molto più
che ai nostri giorni un fenomeno di massa; esse
diverranno, inoltre, sempre più una conquista, un
mezzo di conoscenza, uno specchio della società, un
legame sociale.
Non possiamo se non ripetere
che il teatro fu un vero centro di vita
intellettuale che agiva efficacemente sulle masse
sia dal punto di vista estetico che da quello
educativo e culturale.
Non solo il teatro con le sue
rappresentazioni , ma anche gli edifici furono
utilizzati come centri di vita e servirono spesso
come luogo di adunanze così per le assemblee come
per i giudizi…
Struttura architettonica ed
organizzazione scenica
A Creta
A Creta alcuni sacri recinti,
ove sembra si svolgessero cerimonie religiose con
danze e cori, possono essere riconosciuti tra i
luoghi che in età più remota furono adibiti a
rappresentazioni teatrali.
In Grecia
Fu in Grecia, comunque, dopo
un periodo (quello più antico della storia di Atene)
in cui le rappresentazioni avevano luogo nell’agorà,
che l'area destinata agli spettatori assunse in
origine la forma di gradinate a squadra, con
un'angolazione che venne poi smussandosi fino a
determinare una sede inclinata e semicircolare, come
luogo stabile da cui assistere a manifestazioni
religiose e artistiche.
Il teatro
in età classica
Gli esemplari più antichi sono
identificabili nelle strutture di Eleusi e di
Torico, databili al VII sec. a.C., mentre si può
assumere, come forma compiuta e paradigmatica
dell'evoluzione architettonica per l'età classica,
il teatro di Dioniso Eleutherios in Atene, situato
sulle pendici meridionali dell’acropoli entro il
thèmenos ("recinto sacro") di Dioniso,
complesso e funzionale nell'eleganza definita
dell'impianto.
L’"orchèstra"
L'area occupata dagli attori,
chiamata "orchestra", ossia luogo delle
danze, di forma variamente trapezoidale /
semicircolare o circolare e del diametro di ca. m.
20, era situata di solito in una zona piana,
affiancata a un pendio, delimitata all'intorno da un
canale ricoperto di lastre, ampio poco meno di m. 1,
detto "euripo", che convogliava le acque
defluenti dalla collina.
L’altare
di Dioniso
Talvolta un rilievo in pietra
segnava con maggiore evidenza lo spazio
dell'orchestra, il cui piano in terra battuta celava
sotterranei e "praticabili", ricavati per
esigenze di scena; al centro doveva essere
primitivamente la
Jumelh
("altare"), di
forma circolare e con la statua di Dioniso, altare
che serviva sia per offerte sia come punto di
riferimento per i movimenti del coro .
Le "pàrodoi"
L'accesso al teatro avveniva o
dall’alto (come spesso oggi) o attraverso le
parodoi
("passaggi
laterali"), spesso lievemente inclinate,
arricchite da statue e dediche votive, utili agli
attori e agli spettatori, chiuse da porte solo in
età più tarda. Da quella di destra, per convenzione,
entravano i personaggi provenienti dalla città,
dall’altra di sinistra quelli che giungevano dalla
campagna.
La "cavea"
Il pendio, con i sedili
sistemati a gradinata, costituiva la cavea,
costruita nel sec. IV al posto dei sedili di legno,
generalmente a semicerchio abbondante intorno
all'orchestra; era divisa in tredici cunei da dodici
scalette verticali, mentre i
diazwmata
("corridoi")
separavano orizzontalmente i settori secondo il
prestigio di chi l’occupava.
I sedili
I primitivi sedili in legno
furono successivamente sostituiti, originariamente,
con sessantasette seggi in pietra od in marmo
pentelico, con schienali e braccioli di varia forma
e dignità per i personaggi più autorevoli (quello
centrale era assegnato al sacerdote di Dioniso).
I
pannelli scenici
La scena, tangente all' orchstra,
era originariamente una costruzione improvvisata con
tendaggi e pali, ma in età classica assunse una
linea architettonica stabile come sfondo all'azione,
alla quale spesso si adeguava; si ebbero infatti
riproduzioni della facciata di un palazzo reale o di
un tempio, rocce, grandi sepolcri e altari; talvolta
su
pinakeV
(tavole dipinte
issate lungo le antenne, quando servivano,
altrimenti calate dentro la fossa scenica per mezzo
di corde) o prismi girevoli erano raffigurati
paesaggi di città o di campagna; pedane, gru, fosse
e rotaie di scorrimento venivano impiegate per gli
artifici scenici necessari.
I
parasceni
Due strutture laterali,
dette
paraskhnia
("parasceni"),
definivano con maggior compiutezza l'edificio di
fondo, in cui si aprivano le porte, tre normalmente,
a indicare vicine o lontane provenienze.
Dietro erano i luoghi
riservati agli attori, ai costumi e agli attrezzi.
Gli
attori
A proposito di attori
ricordiamo che questa professione era riservata
esclusivamente ai maschi.
Il mestiere di "istrione",
infatti, diversamente che in Roma, era tenuto in
grandissima considerazione (gli attori
professionisti erano spesso remunerati come divi
dello Stato) e, quindi, ruoli preminenti non
potevano essere affidati se non a donne libere: ma
queste vivevano preminentemente in casa , né si
faceva comunemente uso di ragazzi per simulare le
voci femminili (anche se brevi parti infantili sono
contemplate in più di una tragedia).
Protagonisti e "spalle"
Il ruolo del protagonista
(in origine lo stesso autore della tragedia) era
preminente e secondo e terzo attore ("deuteragonista"
e "tritagonista") dovevano stare al loro
posto; senza contare gli innumerevoli
kwja
proswpa
("personaggi muti";
per lo più cittadini presenti sulla scena come
guardie di scorta, ancelle, giudici, …).
Plurifunzionalità dell’attore
D’altronde la professione
doveva essere certamente molto impegnativa, se, a
prescindere dalla nitidezza della voce e da
un’acconcia gestualità, soli tre attori erano
costretti ad interpretare otto-dieci personaggi (per
l’"Edipo a Colono" si ipotizza che il
personaggio di Teseo fosse interpretato da tutti e
tre gli attori, a turno).
I costumi
degli attori
Per quanto riguarda i
costumi (forse introdotti da Eschilo) indossati
dagli attori fondamentale era il
citwn
("chitone"),
una tunica a maniche lunghe abbellita da ornamenti e
legata da una cintura sotto il petto (chitone
ionico) o più corta ed aperta sui fianchi (chitone
dorico); sul chitone veniva indossato o un imation(lungo
mantello raccolto sulla spalla destra) o una
clamuV
("clamide"),
un mantello corto portato sulla spalla sinistra.
Anche il colore dei
costumi era importante (il nero indicava lutto o
sventura, il porpora la dignità regale, …), ma i
personaggi erano distinguibili pure da particolari
caratterizzanti (ad esempio, la
bakthria,
cioè il bastone, per i vecchi; la spada per il
guerriero; una ghirlanda per il messaggero; …).
Ad incrementare la già
notevole statura dell’attore, imbottito e munito di
un
ogkoV
("parrucca")
per motivi scenici (cioè per essere distinto anche
dagli spettatori posti sulle ultime gradinate), era
diffuso l’uso del
koJornoV
("coturno"), un tipo di calzatura che, nata
con suola bassa, ma resa più spessa in epoca tarda,
aumentava di buoni venti centimetri… la solennità
del personaggio interpretato.
Le
maschere
La maschera, il cui uso è
attestato nell’arte greca con implicazioni religiose
molto prima del dramma, era la caratteristica più
importante dell’attore greco.
Fatta di lino / sughero /
legno e munita di una parrucca, pur con una
fisionomia fissa (viso dipinto di bianco per le
donne, di grigio per gli uomini ) ed una bocca
leggermente aperta per il solo fine di fungere da
megafono (la scena poteva distare dagli ultimi
spettatori anche m. 90), era fondamentale per attori
che dovevano sostenere anche dieci ruoli diversi e,
quindi, accessoriata (colore, forma, natura dei
capelli; varietà dei copricapi; …) in modo tale da
poter ottenere da pochi tipi una serie di personaggi
dissimili.
Di quelle del sec. V ci sono
pervenute scarse informazioni, ma scavi effettuati a
Lipari hanno portato alla luce terrecotte
raffiguranti personaggi teatrali che consentono di
contare ben 44 tipi da collocare nell’arco di tempo
che va dalla prima metà del sec. IV alla metà del
sec. II a.C..
Nel periodo d’oro della
tragedia (sec. IV) la maschera diventa più imponente
e presenta una bocca decisamente sproporzionata al
resto del volto.
Il coro
Accanto agli attori c’era il
coro, i cui componenti ("coreuti"; prima 12,
poi 15; vestiti con chitone o, se schiavi, con un
farsetto), oltre a godere anch’essi di stima
pubblica, erano preparati da un istruttore (a volte
lo stesso autore della tragedia) e pagati dal "corego",
un ricco ateniese disposto ad addossarsi il peso
della sponsorizzazione del dramma.
I coreuti, una volta entrati
in scena, si sistemavano, per facilità di manovra
nel cambiare gli schemi, su cinque file di tre
elementi.
Di esso null’altro sappiamo e,
anche se gli autori ci hanno fornito nomi di balli e
schemi di movimento ("la tenaglia", "mani
sulla testa", "la danza del bastone", …),
non ne forniscono spiegazioni, né chiariscono la
posizione del coro nei momenti di non-attività.
Il teatro
in età ellenistica
In età ellenistica si venne
accentuando l'importanza dell'edificio scenico, che
assunse un valore architettonico decorativo, nella
forma, divenuta stabile, di costruzione lunga e
stretta; la fronte, rivolta verso gli spettatori
(fronte scenica) e movimentata con nicchie, portici,
fondali e pannelli dipinti, era sopraelevata
rispetto all'orchestra, ormai occupata dal pubblico;
gli attori tragici (a differenza di quelli della
commedia che agivano in prossimità degli spettatori)
recitavano su una pedana, profonda anche 3 m,
sostenuta da colonne o da murature, ornate da
statue, semicolonne e grandi vasi di bronzo per la
risonanza.
L'edificio scenico, ormai
divenuto una costruzione a più piani, talora si
apriva sul lato opposto all' orchstra
in un portico monumentale.

Il teatro greco come forma d'arte
Le
origini
Il teatro greco ebbe origine
nell'Attica nella forma del dramma satiresco, della
tragedia e, quindi, della commedia, in stretta
connessione con il culto di Dioniso e con le sue
feste esaltanti che, operando la comunione
dell'umano con il divino, crearono l'ambiente adatto
perché sensibilità, passioni e fantasia dessero vita
a una finzione drammatica.
Infatti dal ditirambo lirico,
in cui i coreuti, disposti a circolo (cori ciclici)
con il corifeo in mezzo, esponevano in un canto
univoco con più o meno particolari un mito o una
leggenda concernenti il dio, si passò al ditirambo
dialogato, in cui coreuti e corifeo assumevano le
parti di due interlocutori, l'uno che interrogava,
l'altro che rispondeva.
Bastò che al corifeo, che
rappresentava Dioniso, e ai coreuti, costituenti lo
stuolo dei suoi seguaci, si aggiungesse un secondo
personaggio, perché si avessero gli elementi
essenziali del dramma.
L'innovazione, feconda di
successivi ampliamenti, fu attribuita dalla
tradizione a Tespi, ritenuto comunemente l'inventore
della tragedia.
Con lui, pertanto, l'elemento
tragico si sarebbe scisso da quello comico, con il
quale era mescolato nel dramma primitivo, e Dioniso,
con le sue edificanti avventure, sarebbe stato
sostituito dagli eroi e dalle loro dolorose vicende.
Feste ed
agoni
Tra il 536 e il 532 a.C., per
volontà di Pisistrato, ad Atene venne data la prima
rappresentazione organizzata dallo Stato e furono
istituiti annuali agoni tragici.
Circa un cinquantennio dopo
(486 a.C.) pure la commedia, nata anch'essa dal
culto di Dioniso e collegata con le feste in suo
onore, da spettacolo privato divenne pubblico e
regolato da norme precise (agoni comici).
Nel V e nel IV sec. a.C. in
Atene e, in misura minore, come è presumibile, in
talune altre città elleniche l'attività teatrale fu
intensa e feconda.
Essa si svolgeva normalmente,
poiché i Greci combattevano solo a fine primavera ed
in estate, nel corso delle tre importanti feste
dionisie (piccole dionisie o rurali [che si
svolgevano nel mese di Poseidone, cioè a
dicembre/gennaio], lenee [attuate nel mese di
Gamelione, cioè a gennaio / febbraio; così chiamate
da Lenai, uno dei seguaci di Dioniso ], grandi
dionisie o urbane [tenute nel mese di Elafebolione,
cioè a marzo / aprile] ) e talvolta delle antesterie
; ne era soprintendente l'arconte eponimo nelle
grandi dionisie, l'arconte re nelle lenee, ai quali
veniva riservata la designazione del cittadino
abbiente obbligato ad assumersi la coregia e
l'ammissione dei concorrenti al concorso drammatico.
Nello spirito competitivo
proprio dell'indole del popolo greco, i tre poeti
scelti negli agoni tragici dovevano presentare una
tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco),
mentre i tre (più tardi cinque) degli agoni comici
gareggiavano con una sola commedia .
L'autore, che talvolta anche
fungeva da attore, o il corego stesso o un esperto
corodidascalo curava l'istruzione del coro, la
distribuzione e recitazione delle parti e
l'allestimento scenico, che, primordiale agli inizi,
si arricchì via via di ingegnosi espedienti.
Una commissione di cinque
cittadini per la commedia, forse di dieci per la
tragedia, estratti per lo più a sorte, giudicava le
opere presentate e stabiliva le graduatorie di
merito.
Dopo il verdetto, l'arconte
redigeva un resoconto ufficiale con tutte le notizie
relative ai drammi rappresentati.
Raccolte da Aristotele nelle
sue Didascalie, pervennero a noi, insieme con gli
argomenti ("Hypothéseis"), con i testi
manoscritti delle singole opere .
I vincitori, l'autore,
l'attore e in seguito anche il corego erano premiati
con una corona di edera e di alloro e con un tripode
di metallo, che spesso veniva dedicato a Dioniso.
Sorto dal popolo e promosso
per le esigenze e l'educazione del popolo, il teatro
in Atene concentrava l'attenzione e l'interesse di
tutti i cittadini .
Ai poveri, perché potessero
assistere agli spettacoli, era concesso dallo Stato
un sussidio di due oboli ("theorikón"):
sussidio, comunque, destinato ad aumentare con il
tempo.

La
tragedia: specchio dei tempi
Ad eccezione del dramma
satiresco (che, pur muovendo dal mito, lo sfruttava
in modo umoristico), della farsa burlesca, del mimo
e del pantomimo, rivolti a soddisfare un diletto di
breve durata, la drammatica ateniese del V e IV sec.
a.C. nelle sue forme più significative (Eschilo,
Sofocle, Euripide) è legata alle condizioni del
tempo e ne riflette i fatti e i problemi di maggior
rilievo.
La tragedia nella mirabile
fusione di epica e lirica e nell'armonia dei mezzi
espressivi della parola, del canto e della danza,
adombra nella rappresentazione del mito la realtà
quotidiana nei suoi contrasti politici e sociali e
nelle sue ansie morali e religiose .
Nell'età ellenistica il teatro
perse l'originale carattere religioso e civico.
Mentre l'organizzazione degli
spettacoli passava dai coreghi agli agonoteti,
funzionari statali, la tragedia , perdendo ogni
carica emotiva , si ridusse a esercitazione
letteraria o, per un processo di progressiva
profanizzazione, si trasformò nella commedia «nuova»
(Menandro).
Il teatro
a Roma
Venuto meno pressoché
completamente il contatto con la vita culturale e
politica del tempo, il teatro si svincolò da ogni
intento educativo per diventare un semplice quanto
diffuso divertimento delle folle e delle corti
ellenistiche.
Con siffatto carattere e tale
funzione fu accolto in Roma verso la metà del III
sec. a.C. e costituì, nel suo contenuto profano, la
manifestazione più appariscente di festività
religiose e di celebrazioni di avvenimenti gloriosi.
La produzione teatrale,
sebbene mostrasse in genere preferenza per i modelli
greci (Plauto, Terenzio, Cecilio Stazio), non
trascurò la produzione indigena e quella precedente
di provenienza etrusca, osca e italica (fescennini,
satura, atellana, mimo).
Cercò pure il genere di
contenuto nazionale, nella tragedia con la
praetexta, nella commedia con la togata,
predominando fra le manifestazioni artistiche del
mondo latino per circa un secolo e mezzo dell'età
arcaica. In seguito, nell'ultimo secolo dell'epoca
repubblicana e durante l'Impero, il teatro da una
parte lasciò sempre più posto alle lascive
rappresentazioni del mimo, dall'altra subì via via
maggiormente la concorrenza degli spettacoli del
circo, dei giochi gladiatori, delle naumachie, ecc.
La drammatica propriamente
detta, rimasta in onore presso le classi colte, si
esaurì nella riesumazione di opere del passato o
nella loro rielaborazione, come nelle truci tragedie
di Seneca, destinate alla privata o pubblica
recitazione, o nella commedia del «piagnone» (Querolus)
modellata sulla Aulularia plautina.
All'avvento del cristianesimo
la condanna della Chiesa, volta soprattutto contro
la troppo libera vita degli attori, e l'arretramento
culturale provocato dalle invasioni barbariche
determinarono nell'alto medioevo l'affievolirsi e
infine la scomparsa di ogni attività teatrale,
ridotta all'esibizione di pochi guitti vagabondi
nelle piazze dei mercati.
Ancora su…
IL TEATRO, LE RAPPRESENTAZIONI
TEATRALI, GLI ATTORI, IL CORO, LA MUSICA
Teatro: termine proveniente
dal greco "theatron", che significa "luogo per
vedere", con cui si indica sia un particolare genere
di spettacolo o rappresentazione basata sul dialogo,
sia l'edificio in cui una tale rappresentazione ha
luogo. Com'è noto, il teatro in quanto organismo
architettonico trae origine, in Grecia, dalle
primitive sistemazioni dei luoghi all'aperto in cui
si svolgevano danze e cori rituali, connessi al
culto dionisiaco: l'altare era solitamente in un
breve spazio, pianeggiante e circolare, mentre i
cittadini che partecipavano ai riti si raggruppavano
lungo il declivio concavo del terreno. E' possibile
che si prevedevano posti a sedere per gli spettatori
direttamente sull'erba del pendio naturale
circostante il terreno piano dello stadio, e che i
posti a sedere sull'erba siano stati sostituiti da
strutture lignee che assicuravano al terreno panche
di legno per fare sedere gli spettatori, com'è
possibile che si è creduto necessario circondare
tutta l'area con uno steccato, soprattutto nelle
zone in cui gli abitanti non godevano di uguaglianza
di diritti, in modo che una parte di essi veniva
esclusa dalla partecipazione agli spettacoli, in
quanto si trattava di forme di culto più che di
spettacolo. Più tardi venne introdotto nel mondo
greco il sistema minoico della scalinata di pietra,
restando immutato il resto della struttura.
Successivamente con la nascita della tragedia e
della commedia, concepite anch'esse come
manifestazioni dell'"ethos" comune e, quindi, di
significato mediatamente rituale, fu consuetudine
far svolgere entro il recinto dell'altare, già
definito "orchestra", le prime pubbliche e gratuite
rappresentazioni sceniche. La forma del teatro greco
si suppone peraltro derivata in parte (Anti) anche
da quella dei teatri di corte minoici,
tradizionalmente quadrangolari: primi arcaici teatri
della reggia di Phaistos e Knossos, infatti, come
quelli dell'Ellade anteriori al V sec. a.C., avevano
l'orchestra in forma quadrata e la cavea grosso modo
trapezoidale (teatro di Leneo ad Atene del 450
a.C.). Un primo tentativo di teatro a forma
semicircolare si attuò a Siracusa (per esempio il
teatro costruito nel 470 a.C. da Damacopo detto
Myrilla), mentre solo con il IV sec. a.C. si ebbero
delle cavee interamente in pietra, come quelle di
Epidauro (370-360 a.C.). Nei primi tempi la
rappresentazione scenica si svolgeva sul medesimo
piano dell'orchestra, attorno all'altare (thymele) e
a stretto contatto con l'azione del coro, davanti ad
un semplice fondale mobile (skenè) di tela, posto
dietro l'orchestra, dalla parte opposta
all'"auditorium" (o cavea). A questa primitiva scena
di tela se ne sostituì presto una stabile,
costituita da un elemento rettangolare ligneo, che
aveva la duplice funzione di fondale e, nella sua
parte retrostante, di magazzino per gli attori. La
scena rappresentava ordinariamente la facciata di un
palazzo, con tre porte, e sosteneva le antenne per
la manovra degli scenari dipinti. Questi man mano
che non servivano più erano calati in apposita
fossa, che correva lungo tutto il fronte della
scena.

Teatro di
Dioniso ad Atene.
Questo teatro è del VI sec.
a.C. Le rappresentazioni tragiche venivano fatte in
onore di Dioniso, tra febbraio e marzo.
All’epoca di Eschilo la scena
non era rialzata (ciò avviene in età
ellenistico-romana, quando si adotta l’idea di
costruire una struttura per gli attori). Gli strati
che si vedono adesso nel Teatro di Dioniso, sono di
età romana, IV sec. a.C. = età di Licurgo (uomo
politico ateniese, discepolo di Platone e di
Aristotele).
A noi interessa il VI sec.
a.C. Dove ora si trova lo spazio scenico sono state
trovate sotto il suolo 6 pietre, datate alla seconda
metà del VI sec. a.C., lunghe ciascuna 4 metri. Esse
sono disposte ad arco e sulla loro base si è
ricostruito un cerchio. Forse erano un muro di
sostegno, costruito per le rappresentazioni
teatrali. Probabilmente tale costruzione corrisponde
alla rappresentazione di una Tragedia del 533 a.C.
ca. dove si immagina uno spazio circolare di circa
30 metri di diametro.
Le rampe sono i παροδοί gli
“ingressi” degli attori. Le rampe non sono
conservate, ma è probabile che ci fossero.
Il declivo dell’Acropoli
faceva da Cavea naturale (dove stavano gli
spettatori). Il poeta è anche regista. Comunque per
capire la struttura architettonica del teatro, ci si
basa sulle tragedie di Eschilo.
Come nel teatro di Dioniso ad
Atene, dinanzi alla scena era pure una vasta pedana
di legno un poco sopraelevata rispetto al piano
dell'orchestra e notevolmente profonda, era il "logeion",
da cui recitavano gli attori, per i quali quella
pedana costituiva una specie di cassa armonica.
All'orchestra e alla scena si accedeva attraverso
due ingressi laterali (parodoi) ricavati nello
spazio intercorrente fra la cavea e l'orchestra:
sotto il piano dell'orchestra erano praticate
gallerie, accessibili dalla fossa scenica e in
comunicazione con l'altare ergentesi al centro e con
gli angoli dell'orchestra muniti di uscite (kàthodoi),
donde apparivano le ombre dei morti evocati dal
sottoterra. Infine sul tetto dell'edificio scenico,
accessibile dall'interno, era ricavata una
piattaforma destinata alle epifanie delle divinità (theologeion),
che di lassù prendevano parte diretta alle vicende
degli uomini. Gli ambienti raffigurati nella scena
erano dipinti e manovrati in modo che
all'occorrenza, spiccati dai sostegni e lasciati
cadere nella fossa, provocassero il cambiamento
della scena: dovendosi procedere a più di un
mutamento si montavano sulle antenne, prima della
rappresentazione, le scene occorrenti in modo che
prima fosse quella di immediato impiego e ultima, o
più interna, quella riservata all'ultima scena. Si
ripete dunque una grave inesattezza quando si dice
che i Greci, assistendo ad una rappresentazione,
dovevano fare appello alle più riposte virtù
immaginative per compensare l'inadeguatezza dei
mezzi tecnici a disposizione della regia:
l'illusione scenica non tanto difettava per povertà
ed ingenuità della ricostruzione ambientale, quanto
era compromessa dalla struttura stessa del teatro
antico. Nella cavea, o auditorium, la gradinata (koilon)
era divisa solitamente in tre distinti e separati
ordini di posti mediante settori circolari (kerkides)
riservati, a partire da quello più prossimo
all'orchestra, ai magistrati e ai sacerdoti, ai
militari ed al popolo. Queste gradinate poi erano
intervallate da una rete di scale radiali e di
corridoi orizzontali anulari (diazomata), che
assolvevano il compito di coordinare i vari percorsi
della cavea per un continuo disimpegno dei singoli
settori. Il pubblico era ammesso dietro pagamento di
un modico biglietto (due oboli), il cui costo per i
cittadini poveri era sostenuto dallo stato. Il
teatro classico ateniese non era puro divertimento,
ma una solenne funzione pubblica, alla quale ogni
cittadino doveva essere posto in grado di
partecipare. Durante l'età ellenistica hanno luogo
la costruzione di numerosi teatri nuovi e la
trasformazione di molti preesistenti. Fra i
principali di nuova costruzione, quello di Delfi.
Fra i più importanti di quelli rimaneggiati: Atene
ed Epidauro. Il teatro ellenistico subisce, rispetto
al teatro classico, graduali trasformazioni
nell'orchestra, nella cavea e, specialmente,
nell'edificio della scena. Le trasformazioni sono
legate all'evoluzione che subisce il teatro antico
con l'esaurirsi della tragedia, l'affermarsi della
commedia nuova e la conseguente diminuita importanza
che hanno, nella finzione scenica, le parti affidate
al coro. Per questi motivi, quello che era il fulcro
del teatro antico, l'orchestra, va perdendo sempre
più della sua importanza a favore dell'edificio
della scena, dove gli attori, su un apposito palco (logeion),
svolgono la loro azione. I mutamenti subiti dalla
cavea consistono in un variare dei rapporti di
funzione e di distanza fra esse e gli elementi della
scena, anche come conseguenza dell'introduzione del
"logeion". Più interessanti sono le variazioni della
scena. Esse sono state così ricostruite: precede una
fase (310-300 a.C.), in cui si introduce un "proskenion"
mobile di legno in teatri di vecchio tipo; quindi
(dal 250 a.C.), in teatri di nuova costruzione, il
proscenio, facente parte del progetto originario, è
costruito in legno, con un basso colonnato, ma è
stabile. Segue la fase (dal 200 a.C.) del proscenio
in muratura. In certi casi, per esigenze del
terreno, si manterrà l'uso della scena mobile di
legno, i cui elementi, dopo le rappresentazioni, si
conserveranno in apposite "skenothekai". Una volta
trasferito sul logeion (e cioè sul soffitto del
proscenio) il sito della recitazione, l'edificio
della scena acquista la funzione di sfondo della
finzione scenica con la erezione di un secondo piano
(episkenion). Anche in questo caso si pensa che si
sia passati da una fase di episcenio ligneo a una
fase di episcenio in muratura. Il proscenio si
presentava come una fronte rettilinea di pilastri,
colonne o semicolonne appoggiate a pilastri (per lo
più di ordine dorico). Riservati alcuni degli
intercolumni (uno o tre) come vani di comunicazione
fra l'orchestra e l'edificio della scena, gli altri
potevano essere riempiti con pannelli di legno
dipinti (pinakes). La fronte dell'episcenio
presentava un numero variabile di grandi aperture,
da tre a cinque e sette chiuse spesso da scenari
dipinti mobili (thyromata). I tipi principali di
scena che meritano qui di essere ricordati sono: il
tipo cosiddetto a "paraskenia", o occidentale, in
cui si conservano i corpi laterali aggettanti
dell'edificio della scena del teatro più antico, fra
i quali è inserito il logeion; il tipo a rampe, o
continentale, con il logeion accessibile
dall'orchestra per mezzo di due rampe inclinate,
collocate alle estremità, lungo la linea
dell'edificio della scena (Epidauro); il tipo
orientale con scena a parete diritta, proscenio
senza chiusure laterali prolungato, esteso talvolta
sui lati o tutt'intorno all'edificio della scena; il
tipo con proscenio con vero e proprio colonnato
dell'avanzato ellenismo.
LE RAPPRESENTAZIONI
In Grecia
le rappresentazioni, sia quelle tragiche che le
comiche, erano connesse alle feste in onore del dio
della vegetazione e del vino, Dioniso, ma non
bisogna dimenticare, a dimostrazione di quanto fosse
sentita la presenza degli dei in tutte le attività
quotidiane, che nell'arco dell'anno innumerevoli
erano le feste dedicate a questo od a quel dio le
quali presentavano gare di velocità, musicali e
concorsi vari.
Tra quelle in onore di Dioniso
tre risultavano legate a spettacoli teatrali: le
Lenee, le Dionisiache dei campi e le Grandi
Dionisiache, mentre nelle Antesterie, tipica
festa per il vino nuovo, della durata di tre giorni
a fine febbraio, non c'erano spettacoli.
Le Dionisie rurali si
svolgevano a fine dicembre nei singoli demi
e, quindi, diverse l'una dall'altra secondo le più o
meno ricche possibilità finanziarie dei vari
distretti rurali; mancarono di ufficialità e, nel
migliore dei casi, ci si limitava a riproporre
commedie e tragedie già conosciute.
Le Lenee avevano luogo nel
recinto sacro di Dioniso Leneo (da lenòs =
torchio) a fine gennaio, quando la brutta stagione
non permetteva un grande afflusso di persone, e
consistevano o in processioni o in gare teatrali
(per lo più commedie, dato il carattere lieto di
queste feste). La prima rappresentazione "ufficiale"
di una tragedia in esse è da collocarsi intorno al
432, di una commedia verso il 445 a.C.
Le Grandi Dionisie venivano
effettuate a marzo, attiravano (e per la loro
importanza e per le mutate condizioni climatiche) un
gran numero di persone da ogni parte della Grecia e
comprendevano, dopo la processione simboleggiante il
ritorno di Dioniso ad Atene da Eleusi e le danze in
onore del dio, anche rappresentazioni.
Dei sei giorni destinati alle
cerimonie ben tre erano riservati a
rappresentazioni, concorsi diretti dallo Stato di
cui aveva l'organizzazione, nonché la sorveglienza,
l'arconte eponimo (mentre le Lenee erano presiedute
dall'arconte re). Compito dell'arconte, oltre quello
di trovare un corego per ogni autore, che
finanziasse le spese globali di chi aveva chiesto
l'ammissione al concorso domandando la concessione
di un coro, era anche di selezionare, tra quanti si
proponevano, non più di sei poeti (tre tragici più
tre comici). E si ricordi che la coregia era imposta
a turno ai cittadini più ricchi di ogni tribù: se,
tuttavia, il corego rifiutava di sostenere le spese,
era lo Stato che subentrava al suo posto.
Ogni autore, all'inizio anche
con mansioni di maestro del coro e di protagonista,
nei giorni dedicati alle rappresentazioni
drammatiche presentava tre tragedie che,
accompagnate da un dramma satiresco o da una
tragedia a lieto fine (come spesso in Euripide),
formavano una tetralogia.
Precedeva le gare la cerimonia
del proagon che faceva conoscere a tutti il
programma previsto e che, dalla metà del sec. V,
prese a svolgersi nell'odeon alla presenza dei
musici e degli attori, cioè di quanti interessati a
pubblicizzare le loro opere. Seguiva il concorso il
giudizio affidato a cinque o, per alcuni studiosi,
dieci giudici che premiavano, si pensa senza
pressioni essendo sorteggiati, con una corona di
edera il poeta vittorioso, ma tutti, in misura più o
meno grande, avevano una ricompensa. L'arconte,
quindi, faceva stilare, e le didascalie scolpite nel
marmo ce ne hanno dato una conferma, l'ordine di
premiazione ed il nome dei poeti.
La prima tragedia
rappresentata alle Grandi Dionisie è da far risalire
al 533, all'anno, cioè, in cui Pisistrato istituì i
concorsi in queste feste; la prima commedia al 486.
GLI ATTORI E LE MASCHERE
Gli attori, giunti a un numero
non superiore a tre, avevano un ruolo maschile e
femminile, dato che alle donne non era permesso
assistere alle commedie e tanto meno recitare. La
pittura vascolare del periodo ci attesta l'esistenza
di maschere, una pratica molto probabilmente
derivata dal culto religioso, ma sappiamo che di
certo fu Tespi ad introdurle sulla scena. Ottenuta
colando del gesso su una struttura di cartone o
semplicemente di tela, la maschera copriva
completamente la testa, era fornita di parrucca e di
barba per distinguere il personaggio maschile da
quello femminile e presentava un'apertura
all'altezza della bocca per il passaggio della
voce: e si pensi che le battute dovevano essere
ascoltate fin su in cima al koilon!
Mentre la tradizione ritiene
Tespi inventore del primo attore, Eschilo del
secondo e Sofocle del terzo e riferisce anche di
altri attori sulla scena, purché muti,
Polluce, uno scrittore del sec. II d.C., a proposito
delle maschere, ricorda, dalle origini all'età
alessandrina, ventotto tipi diversi per la tragedia,
quattro per il dramma satiresco, quarantaquattro per
la commedia.
Anche la veste indossata non è
che agevolasse i movimenti degli attori sulla scena
risultando imbottita e lunga fino a terra. Formata
dalla sottoveste (chiton) e dal mantello (epiblema),
aveva anche colore diverso secondo la condizione o
lo stato d'animo dei personaggi: azzurra,
verde o grigia per gli sfortunati, nera per quelli
in lutto, gialla per le donne, purpurea per i re,
ricca di tonalità per i personaggi felici.
Le scarpe (kothornos o
embates) erano quadrate e con suola molto
doppia.
Le mani, infine, erano
occupate a reggere oggetti simbolici, quali lo
scettro per gli dei, la spada per i guerrieri, il
tirso per gli dei.
PREMESSA
Euripide è l'unico degli altri
tragediografi del periodo (Eschilo e Sofocle) a
rendersi conto di dover adattare la sua tragedia
alla crisi della cultura di quel periodo. Ma il suo
tentativo di evolvere la tragedia è mal inteso:
molti infatti sono coloro che pensano che egli sia
un eversore della tragedia.
Questa nuova situazione
problematica, comunque, non dà più spazio
all'indagine sulla razionalità umana, ma è ora il
momento di affrontare problematiche quali la
condizione della donna, dello straniero, la parola
come strumento di potere... Quindi elemento
principale delle tragedie di Euripide saranno i
drammi quotidiani e i rapporti tra gli uomini, e la
problematica maggiore sarà non più il confronto con
il volere della divinità, ma con le scelte degli
altri uomini. La figura degli dei non viene
eliminata, ma diviene metafora delle istituzioni e
delle convenzioni sociali.
Euripide elabora numerose
innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che
anticipano la conclusione, ampio spazio ai discorsi,
il frequente tema del riconoscimento tra persone che
ignoravano la loro identità, che esprime la fiducia
nella possibilità di scoprire la realtà dei rapporti
umani.
La tragedia di Euripide oppone
dunque da un lato la considerazione depressa della
miseria dell'uomo e dall'altro la convinzione
ottimistica che valga la pena lottare per annientare
tutti i pregiudizi.
EURIPIDE
Poco credibili dobbiamo
considerare le notizie biografiche non tanto per la
mancanza di fonti (Aulo Gellio, N. Att. XV, 20;
lessico Suda, un paragrafo di Tomaso Magistro, una
Vita di Anonimo ed un'altra molto lacunosa di
Satiro, Filocoro del sec. Ili, Eratostene, Ermippo),
quanto per la loro scarsa attendibilità perché
Gellio, il Suda e Magistro attingono dalla Vita
anonima e questa dichiara di avere come fonti
Filocoro, Eratostene ed Ermippo i quali vissero in
un'epoca in cui già cominciavano a circolare
"leggende" su Euripide.
Sembra sicuro che sia nato nel
settembre del 480 a Salamina proprio nel giorno
della vittoria ateniese (il solo Marmor Parium
anticipa di cinque anni la nascita), che abbia
trascorso la sua infanzia nell'isola e sia stato
iscritto nel demo attico di Flia.
Già sulle sue condizioni di
nascita sorgono discrepanze: e così alcune fonti
chiamano il padre Mnesarco, altre Mnesarchide;
alcune fonti lo fanno bottegaio, altre oste, se non,
addirittura, colpevole di bancarotta; Aristofane più
volte dice che la madre di Euripide, Cleito, era
un'erbivendola; Filocoro, Teofrasto e la Vita
anonima lo fanno, invece, di famiglia nobile,
coppiere per il santuario di Apollo o di Apollo
Zosterio.
Fu di certo un giovane
eccezionale, dal momento che le fonti lo segnalano,
oltre che abile nel pancrazio e nelle gare di
atletica, valido nella pittura e degno scolaro di
Anassagora, Archelao, Protagora, Prodico, Socrate...
A venticinque anni partecipò
per la prima volta ad un concorso giungendo terzo,
né risultano numerose le sue vittorie: solo cinque,
di cui la prima nel 442.
Anche sulla sua vita privata
(a quella pubblica non prese mai parte) abbiamo
notizie "fabulosae": così sappiamo di un suo
matrimonio con Melito e, poi, con la figlia del suo
maestro Mnesiloco di nome Cherilo che, avendogli
preferito lo schiavo di casa Cefisonte, fu ripudiata
dal poeta.
Restio a respingere gli strali
mordaci dei commediografi, nel 408, dopo la
rappresentazione dell'Oreste lasciò Atene per
recarsi prima a Magnesia e poi a Pella, in
Macedonia, alla corte di Archelao, dove morì
nell'estate del 406.
Attendibile la cronologia
delle tragedie giunteci, così ricostruita:
438 — Alcestì (secondo
premio) 412 — Elena
431 — Medea (terzo
premio) 408 — Oreste
428 — Ippolito (secondo
premio) 405 — Baccanti, Ifigenia in Aulide
415 — Troiane (secondo
premio) (primo premio) postume
Arbitraria quella delle altre
pervenuteci:
430-427 - Eraclidi
416-414 - Eracle
427 - Ciclope 414 -
Ifigenia in Taurìde
423 - Ecuba 413 -
Elettro
422 - Supplici 418-412
- Ione
422 - Andromaca 411-409
-
Fenicie
Alcuni drammi di Euripide
-
Alcesti: Admeto può
sfuggire alla morte, grazie ad una concessione
di Apollo, solo se qualcuno accetterà di morire
al suo posto: questo qualcuno è sua moglie
Alcesti. Dopo una tragica scena di addio,
arrivano Eracle e poi il padre di Admeto, che
questi attacca per non aver voluto morire al suo
posto. Eracle, che se ne era andato, torna del
tutto ubriaco e scopre che Alcesti è morta.
Riesce a rapirla dall'aldilà e a riportarla a
Admeto.
-
Medea: Medea ha seguito io
marito Giasone a Corinto con i figli, e qui
viene a sapere che Giasone vuole cacciare lei
stessa dalla città e sposare la figlia del re
Creonte. Si vuole vendicare: ottiene che la sua
partenza sia rimandata di un giorno e di essere
ospitata in Atene dal re Egeo. A questo punto
finge di riconciliarsi con Giasone e manda alla
sposa dei regali portati dai figli: dei vestiti
bellissimi, imbevuti di veleno. Dopo la morte di
re Creonte e di sua figlia, Medea uccide i suoi
stessi figli e fugge.
-
Baccanti: a Tebe è giunto
Dioniso con le sue seguaci, le Baccanti, che
formano il coro. Le donne della famiglia reale e
soprattutto la regina Agave dubitano della sua
divinità. Il re Penteo vuole impedire la
diffusione del suo culto, nonostante gli
avvertimenti del nonno Cadmo e dell'indovino
Tiresia. Dioniso, sotto aspetto umano, si lascia
catturare e portare davanti al re, dove viene
sottoposto ad un interrogatorio durante il quale
si libera agilmente dalle catene con gioia delle
sue devote. Intanto un messaggero racconta al re
le gesta straordinarie delle Baccanti sul monte
di Tebe. Viene convinto da Dioniso a spiarle
travestito da menade. Ma Penteo è scoperto dalle
Baccanti, scambiato per un leone e fatto a
pezzi: fra di esse sono anche la madre e la zia
di Penteo. Agave porta, credendolo un trofeo di
caccia, la testa del figlio fra le mani, ma
quando si accorge della triste realtà si
dispera. A questo punto Dioniso caccia Agave e
le sorelle per aver dubitato della sua divinità
e conforta Cadmo che sarà accolto nel paese dei
beati con la moglie.
La
drammaturgia di Euripide
La prima fase della sua
carriera è caratterizzata dai drammi ad azione
unica, svolta attraverso un'evoluzione del
comportamento dei personaggi e delle situazioni.
Quindi è la volta dei drammi a doppia azione,
consistente da scene concluse in se stesse riunite
tramite il protagonista attorno ad un unico nucleo
tematico, e poi dell'intreccio vero e proprio.
Questi diversi modi di
presentare la tragedia mostrano una forte tendenza
alla sperimentazione, sia per l'irrequietezza
spirituale del poeta, sia per il cambiamento dei
tempi (riguardo a quest'ultimo punto si è già
parlato: Euripide tenta non di dissolvere la
tragedia, ma di salvarla).
Per quanto riguarda la
struttura interna del dramma, questa non si regge
più sulla figura dell'eroe, ma sul rispondersi delle
azioni degli uomini. Il dialogo è l'espressione
dominante, per cui il ruolo del coro è messo in
secondo piano. Le trame di Euripide derivano
esclusivamente dalla sua fantasia, e ciò grazie
all'interesse per gli aspetti spettacolari del
dramma e per l'accentuazione degli aspetti umani.
Per questo Euripide non usa il patrimonio mitico,
per la prevedibilità delle conclusioni e per
l'irrealtà delle situazioni. Il mito è usato solo
come spunto tematico.
Lo stile di
Euripide
Il linguaggio di Euripide è
ispirato al quotidiano, chiaro e concreto, secondo
lo schema geometrico della linea retta. Il frutto
della riflessione del personaggio è riassunto in
sentenze definitive, le gnomai, di cui si
sono fatte varie raccolte autonome.
Anche se la funzione del coro
è molto meno essenziale rispetto agli altri tragici,
il coro di Euripide è ben curato e diviene un
momento di evasione malinconica (tema ricorrente è
il volare lontano).
Il mondo
concettuale di Euripide
Il pensiero di Euripide non
può essere circoscritto né alla sola corrente
illuministica (mette in dubbio la presenza degli
dei), né alla corrente irrazionale (esistenza di
forze mistiche). Il segno del suo pensiero è il
dubbio, in un oscillare tra posizioni diverse e
contrastanti, di fraintendimenti. Per questo, accade
che proprio lui che conosce profondamente la
psicologia femminile e inquadra le donne come le
vittime di una società profondamente maschilista, è
accusato di misoginia; lui che era capace di
addentrarsi nelle più remote profondità del
sentimento umano fosse accusato di essere un gelido
retore.
Euripide è soprattutto uno
scrittore di teatro, sede della sua sperimentazione
e della ricerca del vero, in cui i personaggi sono
metafora dello scontro di due pensieri. Euripide è
un disperato ottimista: crede che all'individuo
debba essere concesso di scoprire la propria dignità
nella realizzazione del proprio destino; ma
contemporaneamente conosce la debolezza e precarietà
dell'uomo: per questo i suoi drammi sono impregnati
da un'infinita compassione e partecipazione al
dolore di vivere.
L’"Ippolito coronato",
composto a parziale rifacimento di un "Ippolito
velato" non accolto favorevolmente dal pubblico,
venne rappresentato (cosa insolita per i tempi!)
negli Agoni del 438 da un Euripide amareggiato anche
dal successo di una tragedia sofoclea su argomenti
simili; il cambiamento operato sul personaggio di
Fedra, dalla donna dissoluta, sfrontata e senza
ritegno del primo "Ippolito" a quella
virtuosa ed incolpevolmente travolta dalla passione
del secondo, bastò, secondo il BARRETT, a far
dimenticare agli Ateniesi più formalisti
l’avversione per la prima Fedra ed a far vincere il
primo premio al suo Autore.
Questa tragedia di Euripide, a
dirla con il MUSSO, è soprattutto dramma dell’onore
di Fedra: la seconda moglie di Teseo, infatti, è
atrocemente divisa tra la passione sconvolgente
infusale da Afrodite per il figliastro Ippolito,
nato dal precedente matrimonio del re di Atene con
la figlia della regina delle Amazzoni, e l’angoscia
che la cattiva opinione della gente possa far
ricadere infamia anche sui suoi familiari... possa
farle perdere il "buon nome".
Già la dea nel prologo
chiarisce i termini della tensione che porterà Fedra
a considerare la morte come unica via di scampo
all’incestuosa passione, che porterà Fedra al
sacrificio personale, pur di non disonorare la sua
famiglia.
-
IPPOLITO - vv. 1/57 - Prologo
(Rivalità tra dee)
Ippolito - 1/20
AFRODITE: Importante e non
senza fama tra i mortali io anche nel cielo sono
chiamata la dea Cipride; quanti abitano dentro il
Ponto ed i limiti di Atlante e vedono (vedendo) la
luce del sole, quelli che rispettano il mio potere
io (li) proteggo, mentre quelli che sono superbi
verso di noi io (li) rovino.
Anche nella stirpe degli dei
vi è questa (caratteristica): essi hanno piacere se
sono onorati dagli uomini.
Subito farò vedere la verità
delle mie parole.
Il figlio di Teseo, il
rampollo dell’Amazzone, Ippolito, allievo del casto
Pitteo, solo fra i cittadini di questa terra di
Trezene dice che io sono la più spregevole delle
dee: rifiuta l’amore e si astiene dalle nozze; egli
onora Artemide, sorella di Febo, figlia di Zeus, in
quanto la considera la più grande delle divinità,
stando sempre con la fanciulla per la verde foresta,
con i (suoi) agili cani egli stermina gli animali
selvatici di (questa) terra, avendo trovato una
(compagnia) più alta di un’amicizia mortale.
Ora non ce l’ho con loro;
infatti perchè dovrei esserlo?
Ippolito - 21/40
Ma per i torti che ha avuto
verso di me punirò Ippolito oggi stesso; essendo
andata avanti già da tempo nella maggior parte delle
cose (che devono essere fatte), non ho bisogno di
grande sforzo.
Fedra, la nobile sposa di suo
padre, infatti, avendo visto lui venuto un giorno
dalla casa di Pitteo nella terra di Pandione per la
contemplazione e la celebrazione dei sacri misteri,
fu presa nel cuore da amore tremendo per i miei
disegni.
E prima di venire in questa
terra di Trezene, proprio presso la stessa rocca di
Pallade, di fronte a questa terra, essa fondò un
tempio di Cipride, amando un amore lontano, e d’ora
in avanti si dirà che la dea (il tempio della dea) è
stata costruita a causa di Ippolito.
Ora poichè Teseo ha lasciato
la terra di Cecrope, fuggendo la contaminazione del
sangue dei Pallantidi e con la (sua) sposa ha fatto
vela verso questa terra, consentendo all’esilio di
un anno fuori del (suo) paese, da allora gemendo,
sconvolta dal pungolo dell’amore, l’infelice muore
in silenzio e nessuno della (sua) gente è
consapevole del (suo) male.
Ippolito - 41/57
Ma non così bisogna che vada a
finire questo amore, rivelerò la faccenda a Teseo ed
essa verrà fuori chiara.
E il padre ucciderà il giovane
a noi ostile con le imprecazioni che il dio del
mare, Posidone, concesse in dono a Teseo, cioè che
nulla invano chiedesse al dio per tre volte; e
l’altra, Fedra, con il suo onore salvo tuttavia
morrà; infatti non considererò la sventura di costei
a tal punto che i miei nemici non mi paghino una
pena tale da soddisfarmi.
Ma vedo avanzarsi il figlio di
Teseo, il quale ha lasciato le fatiche della caccia,
Ippolito; mi allontanerò da questi luoghi.
Un numeroso corteo di servi,
muovendo i passi insieme con lui, fa sentire canti,
onorando con inni la dea Artemide; infatti non sa
che le porte dell’Ade stanno aperte e che vede (per
ultima questa luce) per l’ultima volta la luce di
questo giorno.
IPPOLITO
- vv. 73/120 - Prologo (Intolleranza di Ippolito
verso Afrodite)
Ippolito
- 73/94
IPPOLITO: Per te, o signora,
porto questa corona, intrecciata dalle mie mani, da
un vergine prato, dove il pastore non osa pascere la
(sua) greggia, dove il ferro (degli attrezzi) non è
mai passato, ma (questo) prato senza macchia l’ape
lo sorvola a primavera; ed il Pudore (lo) irriga con
le acque di un fiume per tutti quelli ai quali
niente è stato insegnato ma nella cui natura la
virtù sempre ha il posto ad essa assegnato in tutte
le cose, proprio per essi, affinchè ne colgano: ai
malvagi non (è) permesso (coglierli).
Dunque, mia cara signora,
accogli(la) come diadema della (tua) aurea chioma da
una mano pia.
Perchè a me solo tra i mortali
tocca questo privilegio: di stare (sto) insieme con
te e di risponderti (ti rispondo) con (le mie)
parole, sentendo la (tua) voce, anche se non vedo il
tuo viso.
Possa io girare intorno
all’ultima meta così come ho cominciato la (mia)
vita.
SERVO: Signore, perchè bisogna
chiamare padroni gli dei, accetteresti un mio
consiglio, se io ti consigliassi bene?
I: Certo; altrimenti non ci
mostreremmo saggi.
S: Conosci la legge che vige
tra i mortali?
I: Non so; ma a qual proposito
mi fai esattamente questa domanda?
S: Odiare la superbia e ciò
non è gradito a tutti.
I: E’ giusto: chi dei mortali,
(essendo) superbo, non (è) odioso?
Ippolito - 95/120
SERVO: E nelle persone
affabili c’è qualche favore?
IPPOLITO: Grandissimo, e
guadagno con pochissima pena.
S: Fra gli dei credi che (ci
sia) questo stesso (sentimento)?
I: Se naturalmente noi mortali
usiamo le leggi degli dei.
S: Come mai, allora, non rendi
omaggio ad una dea veneranda?
I: Quale? Bada che la tua
lingua non commetta qualche (errore).
S: Questa che sta presso la
tua porta, Cipride.
I: La saluto da lontano,
perchè sono puro.
S: Eppure (essa è) augusta ed
insigne fra i mortali.
I: Degli dei come degli uomini
chi sta a cuore ad uno, chi ad un altro.
S: Sii felice, avendo quanto
senno è necessario (tu abbia).
I: A me non piace nessuno
degli dei venerato di notte.
S: Figlio mio, alle divinità
sono dovuti gli onori.
I: Andate, compagni, dopo di
essere entrati nella casa, pensate al cibo;
(tornando) dalla caccia è piacevole una tavola
riccamente imbandita; bisogna anche strigliare i
cavalli, affinchè, saziato il cibo, dopo aver(li)
attaccati ai carri, li addestri in (esercizi)
convenienti.
Alla tua Cipride dico di
mandare tanti saluti.
S: Ma io, poichè non bisogna
imitare i giovani che la pensano in questo modo,
come conviene parlare agli schiavi, supplicherò la
tua immagine, signora di Cipro: occorre avere
indulgenza.
Se qualcuno, avendo il cuore
focoso per la giovinezza, ti rivolge parole
sconsiderate, fa’ finta di non sentirlo: gli dei
infatti devono essere più saggi degli uomini.
IPPOLITO - vv. 601/615 - 2°
episodio ("Ha giurato la lingua, non la mente!")
Ippolito - 601/615
IPPOLITO: O terra madre, e tu,
splendore diffuso del sole, di quali parole
l’indicibile suono senti.
NUTRICE: Taci, figlio mio,
prima che qualcuno si accorga delle (tue) grida!
I: Non è possibile che io
taccia, perchè ho udito parole terribili.
N: Fàllo, (ti supplico) per
questa bella mano.
I: Non accostare (a me) la
(tua) mano e non toccare le (mie) vesti.
N: Per le tue ginocchia, non
rovinarmi!
I: Perchè, se è vero, come
affermi, che non hai detto niente?
N: Questo (mio) discorso,
figlio mio, non (era fatto) per tutti.
I: Ciò (che è) bene, (è)
meglio dirlo in pubblico.
N: Figlio mio, non tradire i
(tuoi) giuramenti.
I: Ha giurato la lingua, ma la
mente non (è) legata da giuramento.
N: Figlio mio, che vuoi fare?
Vuoi rovinare i tuoi amici?
I: Li respingo (gli amici);
nessuno (che sia) perverso mi è amico.
N: Perdona! (E’) naturale che
gli uomini sbaglino, figlio mio.
IPPOLITO
- vv. 651/668 - 2° episod.
(Invettiva contro la nutrice e maledizione contro le
donne)
Ippolito - 651/668
IPPOLITO: Così anche tu,
essere maledetto, sei venuta a proporci una tresca
con il letto intoccabile di (mio) padre; e queste
(tue proposte) io purificherò con acqua corrente
versandola nelle orecchie.
Come dunque farei il male, io
che, dopo aver sentito simili (parole), non credo di
essere puro?
Sappilo bene, ti salva, donna,
la mia pietà; se non fossi stato sorpreso indifeso
dai giuramenti sacri, mai mi sarei trattenuto dal
raccontare questo (tuo intrigo) a (mio) padre.
Ma ora andrò via dalla casa,
finchè Teseo sarà lontano da (questa) terra, terremo
la bocca in silenzio (tacerò): quando sarò tornato
con il (piede del) padre, starò a vedere come
volgerai a lui lo sguardo, tu e la tua padrona.
[Conoscerò allora tutta la tua
sfrontatezza, per averne fatta ora esperienza.]
Possiate morire! Mai mi
sazierò di odiare le donne, neppure se si afferma
che io ne parlo sempre; perchè proprio esse sono in
certo modo sempre perverse.
Perciò, o si insegni loro ad
essere virtuose o mi si lasci, a mia volta,
assalirle in ogni occasione.
IPPOLITO - vv. 776/810 - 3°
episodio (La morte di Fedra, l’arrivo di Teseo)
Ippolito - 776/789
NUTRICE [dall’interno]: Ohimè!
ohimè! correte in aiuto (voi) tutti (che siete)
vicino al palazzo! Si è impiccata (è nei lacci), la
(nostra) signora, la sposa di Teseo.
CORIFEA: Oh, è finita: la
regina non è più, perchè si è sospesa ad un laccio
attaccato ad una trave.
N: Non vi affretterete? Non
porterà qualcuno un’arma a doppio taglio, con cui
spezzeremo il nodo (che le serra) la gola?
C: Amiche, che fare? Vi pare
proprio di attraversare (la soglia del)le case e di
liberare la sovrana dal cappio tirato saldamente?
UNA COREUTA: E che? Non ci
sono lì giovani serve? Il darsi molto da fare (non è
nella sicurezza della vita) è pericolo nella vita.
N: Raddrizzate, stendendolo
(questo) misero cadavere; triste custode della casa
per il mio padrone!
CORIFEA: E’ morta, l’infelice,
a quel che sento: ecco che la stendono come morta.
Ippolito - 790/810
TESEO: Donne, sapete qual mai
grido con forte chiasso giunse attraverso le porte?
In nessun modo infatti la (mia) casa si degna di
salutare lietamente me in quanto pellegrino, aprendo
le porte.
Forse a Pitteo (che è) in età
avanzata è stato fatto qualcosa di spiacevole? (Pitteo
è) abbastanza avanti negli anni, ma ugualmente
(ancora adesso doloroso per noi) sarebbe causa per
me di dolore, se lasciasse queste case.
CORIFEA: Questa sventura non
ti si riferisce a vecchi, Teseo; giovani, morti,
sono causa di sofferenza per te.
T: Ahimè! A qualcuno dei miei
figli è stata forse rapita (tolta) l’esistenza?
C: Vivono, mentre al contrario
è morta la (loro) madre, nel modo più doloroso per
te.
T: Che dici? (Mia) moglie è
morta? E per quale accidente?
C: Si è legato un cappio
strangolante sospeso ad una trave.
T: Ghiacciata dal dolore o per
quale sventura?
C: Tanto sappiamo: da poco,
Teseo, sono arrivata anche io al palazzo per
piangere le tue sventure.
T: Ah! perchè dunque essermi
coronato il capo di questo intreccio di foglie,
infelice pellegrino che sono!
Aprite, servitori, il serrame
delle porte, ritirate le sbarre! Affinchè io veda
l’amaro spettacolo di (mia) moglie che morendo mi ha
tolto la vita.
IPPOLITO
- vv. 1153/1254 - 4° episodio
(Un messo
riferisce l’incidente capitato ad Ippolito, ora in
fin di vita)
Ippolito - 1153/1177
MESSAGGERO: Dove potrai andare
e trovare, o donne, il re di questa terra, Teseo? Se
lo sapete, indicatemelo; è forse all’interno del
palazzo?
CORIFEA: Eccolo in persona;
egli esce dalla (sua) casa.
M: Teseo, porto una notizia
degno motivo di angoscia per te, come per i
cittadini che abitano la città di Atene ed il
territorio di Trezene.
TESEO: Che c’è? Qualche
spiacevole catastrofe ha colpito le due città
vicine?
M: Ippolito non è più, per
così dire; egli vede tuttavia la luce su un tenue
filo.
T: Per mano di chi? Forse era
venuto in inimicizia con lui qualcuno del quale egli
disonorò con la violenza la moglie come (ha
disonorato la moglie) di (suo) padre?
M: Il suo stesso carro lo
uccise e (lo uccisero) le imprecazioni (uscite)
dalla tua bocca, quelle che a tuo padre, il re del
mare, tu avevi rivolto contro (tuo) figlio.
T: O dei, e tu Posidone! Come
dunque eri realmente mio padre, tu che hai esaudito
le mie imprecazioni! Precisamente come è morto?
Parla! In qual modo la mazza della Giustizia ha
colpito lui che mi disonorò?
M: Presso la riva aperta ai
flutti, con le striglie (in mano, noi stavamo a
pettinare la criniera dei cavalli, piangendo: un
messaggero era venuto a dire che Ippolito non
avrebbe portato più i (suoi) passi su questa terra,
perchè aveva da te un triste esilio.
Ippolito - 1178/1193
Lui stesso, levando lo stesso
(nostro) canto di lacrime, venne a noi sulla riva, e
una folla innumerevole di amici e di coetanei
camminava insieme (con lui) seguendolo.
Infine, dopo qualche tempo,
dopo essersi liberato dei gemiti, disse: "Perchè mi
lascio sconvolgere dalla sorte (da ciò)? Bisogna
obbedire agli ordini di un padre. Attaccate al carro
le cavalle da tiro, servi; questa non è più la mia
città".
Da quel momento tutti allora
si affrettarono e, più rapidamente di quanto non si
potrebbe dire, ponemmo le cavalle, dopo che erano
state bardate, presso il nostro signore.
Afferra con le mani le redini
(staccandole) dal bordo anteriore, adattando i suoi
piedi giusto negli incavi.
Ed in primo luogo dice agli
dei, tendendo le mani: "Zeus, che io non sia più, se
sono un malvagio: possa (mio) padre sentire come ci
oltraggia, o che siamo già morti o che vediamo
ancora la luce".
Ippolito - 1194/1212
Ed in questo, prendendo tra le
mani il pungolo, lo spinse con un sol colpo nel
(fianco dei) cavalli; e noi servi, sotto il carro,
presso i morsi accompagnavamo il (nostro) signore
lungo la strada (che va) diritto ad Argo ed al
territorio di Epidauro.
Quando entrammo nel tratto
deserto, al di là di questo (territorio) c’è una
riva che si estende ormai verso il golfo Saronico.
E di lì un rombo sotterraneo,
simile al tuono di Zeus, diffuse un profondo
brontolio, spaventoso a sentirsi; i cavalli
drizzarono ritto il capo e l’orecchio verso il
cielo, e tra noi c’era un violento terrore,
(domandandoci) da dove mai potesse venire (quel)
rumore.
Volgendo lo sguardo verso la
riva rumoreggiante, vedemmo un’onda prodigiosa che
toccava il cielo sicchè il mio occhio fu privato di
vedere le scogliere di Scirone, nascondeva l’Istmo e
la roccia di Asclepio.
Poi, gonfiandosi e rigettando
all’intorno con il ribollimento del mare molta
spuma, essa avanza verso la riva là dove era la
quadriga.
Ippolito - 1213/1233
E con la triplice onda che si
infrangeva il flutto vomitò un toro, un essere
mostruoso e selvaggio; la terra intera, piena del
suo muggito, gli rispondeva in modo raccapricciante,
ed a chi osservava lo spettacolo appariva più
terribile della vista.
Subito sui cavalli si abbatte
un panico spaventoso; il padrone, che aveva grande
familiarità con l’indole dei cavalli, afferrò le
redini a due mani; (le) tira, come un marinaio
(tira) il remo; tenendo il corpo sospeso
all’indietro per mezzo delle cinghie; ma quelle (le
cavalle), mordendo con le mascelle il freno forgiato
con il fuoco, (lo) trascinano a forza, senza badare
alla mano del pilota, nè alle cinghie, nè al carro
ben costruito.
E ogni volta che (se),
reggendo il timone, dirigeva il (loro) corso verso
le parti pianeggianti del terreno, appariva di
fronte il toro sì da far volgere indietro la
quadriga impazzita per il terrore; e se (esse) si
lanciavano sulle rocce, furenti nell’animo,
avvicinandosi in silenzio, seguiva il bordo del
carro, finchè fece cadere e rovesciò (il veicolo),
mandando la ruota a sbattere su una roccia.
Ippolito
- 1234/1254
Tutto era confuso; i mozzi
delle ruote e le chiavette degli assi volavano in
alto; egli stesso, l’infelice, impigliato nelle
redini, preso in (questo) laccio inestricabile, è
trascinato, sbattendo violentemente la (sua) povera
testa contro le rocce, lacerando le (sue) carni,
gettando grida terribili a sentire: "Fermatevi, o
(cavalle) nutrite alle mie greppie, non cancellatemi
(dai vivi)! O funesta imprecazione d’un padre! Chi
vuole salvare soccorrendolo il più degno degli
uomini?".
Pur volendolo in molti
rimanevamo indietro con piede troppo lento. Infine
districatosi, non so in qual modo dai legami delle
redini tagliate, egli cade, avendo ancora un debole
soffio di vita; erano scomparsi i cavalli ed il
funesto mostro del toro, ignoro in qual luogo della
terra rocciosa.
Io (sono) uno schiavo della
tua casa, signore, ma di tanto non sarò mai capace:
credere che tuo figlio sia un malvagio, neppure se
si impiccasse tutta la razza delle donne e dovessero
coprirsi di scritti i pini dell’Ida!
Perchè io ho la certezza che è
un nobile cuore.
IPPOLITO
- vv. 1389/1461 - esodo
(Riconciliazione di Teseo con Ippolito e morte di
quest’ultimo)
Ippolito - 1389/1409
ARTEMIDE: Infelice, a quale
prova sei stato legato! La (tua) nobiltà d’animo ti
ha rovinato.
IPPOLITO: Oh! O divino profumo
d’ambrosia! Pur essendo nei mali, ti ho sentito e ne
fui alleviato nel corpo. E’ in questi luoghi la dea
Artemide.
A: O sventurato, è da te la
più amata fra le dee.
I: Vedi, signora, me,
l’infelice, in quale stato mi trovo?
A: Lo vedo; ma ai (miei) occhi
non è consentito versar lacrime.
I: Non hai più il (tuo)
cacciatore, nè il (tuo) servo.
A: No, purtroppo! ma muori
certamente a me caro.
I: ...nè il (tuo) cavaliere,
nè il custode delle (tue) immagini.
A: Così decise Cipride, la
scellerata.
I: Ahimè! Intendo il dio che
mi uccise.
A: Se l’ebbe a male per
l’onore ed era corrucciata con te (che eri)
virtuoso.
I: Essa, da sola, ha rovinato
noi che siamo in tre: me ne sono accorto.
A: Si: (tuo) padre, te, e per
terza la (sua) sposa.
I: Piango anche le sfortune di
(mio) padre.
A: E’ stato ingannato dalla
volontà divina.
I: Sventurato tu, o padre, per
la tua disgrazia.
TESEO: Sono finito, figlio
(mio), nè io (ho) piacere della vita.
I: Piango te più che me per il
(tuo) errore.
Ippolito
- 1410/1430
TESEO: Oh, se potessi, figlio
(mio), esser morto al posto tuo!
IPPOLITO: Dono amaro di
Posidone, tuo padre!
T: Oh, non fosse mai venuto
alle mie labbra!
I: Perchè? Mi avresti allora
ucciso, tanto allora eri adirato.
T: Perchè eravamo stati
ingannati nell’opinione dagli dei.
I: Oh, se la stirpe dei
mortali fosse capace di maledire gli dei!
ARTEMIDE: Lascia andare; anche
nelle tenebre sotterranee le ire della dea Cipride
non cadranno per sua volontà invendicate sul tuo
corpo a causa della tua pietà e della (tua) virtù;
io, con la mia mano mi vendicherò su un altro di lei
con queste frecce inevitabili, (un altro) il quale
sia il più caro fra i mortali.
Per te sfortunato, in cambio
dei tuoi mali, gli onori più grandi nella città di
Trezene, io te li concederò: le giovani vergini,
prima delle loro nozze, taglieranno per te le loro
chiome, per te che attraverso le età raccoglierai il
profondo lutto delle (loro) lacrime; e sempre sarà
per te la cura musicale delle fanciulle, e, caduto
senza fama, non sarà taciuto l’amore di Fedra.
Ippolito
- 1431/1445
Tu, figlio del vecchio Egeo,
prendi tuo figlio tra le braccia e stringilo (a te);
l’hai ucciso innocentemente ed è naturale per gli
uomini sbagliare, quando gli dei lo permettono.
A te raccomando di non aver
rancore verso tuo padre, o Ippolito; hai una sorte
per la quale sei stato rovinato.
Addio, dunque! Non mi (è)
consentito vedere i trapassati, nè contaminare il
(mio) occhio con l’anelito dei moribondi; ora ti
vedo già vicino all’istante fatale.
IPPOLITO: Anche tu, vergine
beata, va’ con il mio addio; la (nostra) lunga
intimità tu lasci senza difficoltà.
Cancello l’inimicizia con
(mio) padre, se tu lo desideri; infatti anche prima
ero docile alla tua parola.
Ahimè, le tenebre già mi
oscurano gli occhi: padre (mio), prendimi e deponi
ritto il (mio) corpo.
Ippolito
- 1446/1461
TESEO: Ahimè, figlio (mio),
che fai di me, di un infelice?
IPPOLITO: Sono morto; vedo le
porte degli inferi.
T: (Muori) lasciando impura la
mia mano?
I: No, perchè ti assolvo da
questa (mia) morte.
T: Che dici? Mi mandi assolto
del sangue (versato)?
I: Chiamo a testimone Artemide
dall’arco irresistibile.
T: O caro, quanto sei generoso
con (tuo) padre.
I: Augurati di trovare tali i
tuoi figli legittimi.
T: Piango, ahimè, sulla tua
pietà e la (tua) virtù.
I: A te anche addio, addio
molte volte, padre mio!
T: Non abbandonarmi ora,
figlio (mio), ma fatti coraggio!
I: I miei sforzi sono finiti;
muoio, padre (mio). Coprimi al più presto il volto
con il mio mantello.
T: Illustre territorio di Afea
e di Pallade, di qual uomo sarai privato! Me
sventurato! Quante volte, o Cipride, dovrò
ricordarmi dei tuoi mali!
Il personaggio di Fedra nel tempo
La Fedra di Euripide
Fedra è consumata fino allo
spasimo dai turbamenti della passione; incapace di
dominare il suo sentimento, ella è fortemente
condizionata dalle convenzioni sociali: più che la
percezione di ciò che di illecito la sua passione
contiene, sono il suo buon nome e l’opinione i
principali moventi della disperazione che la
condurrà al suicidio.
Si preoccupa di non essere
giudicata male neppure dopo la morte, e per questo
ordisce il diabolico piano volto a giustificare il
proprio gesto. La motivazione apparente del suicidio
è di notevole sottigliezza psicologica: si
presenterà al marito come sfortunata tutrice di un
pudore violentemente offeso dal depravato giovane,
ed il suo cadavere ne sarà prova inconfutabile.
Giungiamo così ad una
questione irrisolta: se cioè nell’Ippolito debba o
no vedersi una confutazione della dottrina
socratica, che istituiva un nesso di conseguenziale
necessità fra la coscienza di ciò che è bene e la
sua attuazione.
Per Fedra, in realtà, l’amore
per Ippolito è una malattia e una follia, un dato di
fatto che le appare ormai come ineliminabile; ella è
convinta che non può sperare di distruggere la
passione che ha invaso il suo animo, o meglio, lo
può fare solo distruggendo se stessa.
Perciò, quando la moglie di
Teseo parla alle donne di Trezene, il proposito di
suicidarsi è ormai chiaro alla sua mente: ella
dichiara nel v. 419 che il desiderio di non
disonorare il marito e i suoi figli la "uccide".
Senonchè, quando la tragedia è arrivata a metà del
suo svolgimento, Fedra si toglie effettivamente la
vita. Ella dunque mette in atto quel proposito che
ella stessa presenta come il migliore di tutti, data
la situazione.
L’antisocratismo che molti
studiosi hanno visto sembra dunque che non sussista:
Fedra conosce il suo bene e lo mette in atto, e le
ragioni che ella enuncia come capaci di impedire la
realizzazione di ciò che uno giudica essere il
meglio per se stesso in realtà si rivelano non
determinanti per il comportamento del personaggio
nel corso della tragedia.
In realtà il confronto con
Socrate si realizza ad un livello più profondo, che
non sul piano del puro confronto di opinioni. E’
vero che Fedra esegue quello che è per lei il
proposito migliore, ma questo coincide con la
distruzione di se stessa. L’ottimismo che sta alla
base della concezione socratica della conoscenza
come sufficiente a garantire agli uomini la felicità
è quindi scalzato alle fondamenta.
L’antisocratismo dell’Ippolito
può in verità essere considerato rappresentativo
dell’inconciliabilità che non poteva non risultare
da un confronto della filosofia socratica con una
concezione tragica (o anche, semplicemente, più
realistica) della vita.
D’altro canto circa tale
questione sono state formulate numerose tesi, come
quella del Dodds: " Ma un ripudio cosciente della
teoria socratica è stato riconosciuto, secondo me
con ragione, nelle famose parole che egli pose in
bocca a Fedra tre anni più tardi. La cattiva
condotta, dice Fedra, non dipende da difetto di
intuito "perchè molte persone hanno un buon
intendimento". Sappiamo e riconosciamo il nostro
bene, ma non ci comportiamo secondo quel che
sappiamo: o ce lo impedisce una specie di inerzia,
oppure "qualche altro piacere" ci distrae dal
nostro proposito. Queste parole suonano come una
presa di posizione nella controversia, perché non
sono richieste, né suggerite dall’azione drammatica.
E non sono passi isolati:
l’impotenza morale della ragione è affermata più di
una volta nei frammenti di tragedie perdute. Ma a
giudicare da quelle conservate, Euripide, nelle sue
ultime opere, si preoccupa non tanto dell’impotenza
della ragione umana, quanto del dubbio più vasto, se
sia possibile discernerne un qualche fine razionale
nell’ordinamento della vita umana e nel governo del
mondo.
Tutta la prima parte dell’
Ippolito è dramma dell’onore di Fedra; la moglie di
Teseo è atrocemente divisa tra la passione amorosa
infusale da Afrodite e la cura della sua "eukleia".
Già la dea, nel prologo,
chiarisce i termini della tensione che porterà Fedra
al suicidio: la passione sconvolgente, l’angoscia di
lei che tenta di soffocarla nel silenzio ("e
l’infelice, piangendo e straziata sotto gli stimoli
dell’amore, si consuma in silenzio: nessuno di
quelli di casa sa di che male ella soffre", Hipp.
38 ss.), la morte per salvare l’onore, "Fedra
perirà onorata, ma pure perirà" (vv.47 s.).
Ma il tema della lotta
disperata per la salvezza dell’onore domina il lungo
racconto di Fedra, "cerchiamo di trovare una via
onorevole per uscire dalla condizione in cui mi
trovo" (v.331): ella si sente oscuramente in
colpa, ma lotta per salvare la sua reputazione.
Non per amore del marito Fedra
rifugge dall’adulterio, poiché ella ama il
figliastro, né per rispetto dei sentimenti di
quello, o dei familiari. L’opinione della gente la
condiziona totalmente, e solo per rispetto della sua
"eukleia" ella contrasta disperatamente la passione,
e decide finalmente di affrontare la morte.
La fama, buona o cattiva, di
una persona ricade anche sui suoi familiari, e , se
è cattiva, comporta una riduzione del loro status
sociale. Intanto la Nutrice mette in atto il suo
piano, cercando di fare da intermediario tra Fedra
ed Ippolito. Fedra avverte le voci contrastanti, ed
ha la netta percezione che il suo atroce segreto è
venuto alla luce, e che per lei tutto è finito.
E’ la legge dell’etica
aristocratica, valida per Fedra come lo era stata
per Aiace: l’uomo vive per ciò che di lui pensano
gli altri della sua casta, che condividono i valori
negativi e positivi che la costituiscono e la
individuano.
Il suicidio diviene ora una
necessità; ma non era sufficiente, come lo era per
Aiace, a reintegrare l’onore.
La passione amorosa si tramuta
in odio verso l’uomo che non ha compassione per il
suo tormento e con l’eccessività del suo
atteggiamento la ferisce nel più intimo: per
riscattarsi ella è costretta a cercare di colpire a
sua volta il suo accusatore.
Pur non rivelando i
particolari del suo piano, ella riconferma in tutta
chiarezza le ragioni della sua estrema decisione: "io,
riflettendo su ogni cosa, trovo un unico rimedio
alla mia disgrazia, tanto da assicurare ai miei
figli una vita onorata, e che io mi risollevi un po
in confronto alla caduta che ho compiuto. Certo io
non produrrò disonore alla mia casa di Creta , e non
mi presenterò a Teseo disonorata" (vv.715-21).
Il Coro commenta tristemente
che la regina, "sommersa dalla atroce sventura,
appendendosi alle travi della sua stanza nuziale,
adattando un laccio al suo bianco collo,
vergognandosi del suo odioso destino, preferirà
salvare la sua buona reputazione, liberandosi
dall’amore che le strazia l’animo" (vv.769-75).
Col suo estremo sacrificio
ottiene di non disonorare la sua casa e la sua
famiglia, sfuggendo al suo odioso destino,
scegliendo una fama gloriosa.
La Fedra di
Ovidio
Ovidio Publio Nasone, poeta
latino dell’età augustea, dedica alle eroine
innamorate una delle sue opere maggiori, Le Heroides,
risalente al periodo tra il 4 e il 5 d.C..
Composte in forma epistolare,
tutte le Lettere, che Ovidio attribuisce alle
singole eroine (figure della tradizione
epico-tragica e della poesia ellenistica), e che
sono destinate ai loro amanti riluttanti (come
Ippolito), o lontani (come Ulisse), si configurano
come lunghi monologhi in cui trova espressione la
sofferenza della donna che lamenta la propria triste
condizione, conseguente al distacco dall’amato.
Anche se altri autori si erano
cimentati in simili esperienze letterarie, le
Heroides ovidiane si sviluppano in modo del tutto
nuovo: infatti, mentre quei poeti collegavano le
loro opere, più o meno direttamente, con la propria
persona o con l’ambiente storico nel quale vivevano
ed operavano, Ovidio trasferisce le sue epistole
poetiche in un mondo irreale, quello del mito, ormai
definitivamente staccato da quello della maggiore
poesia augustea.
Caratteristica peculiare
dell’opera è l’assenza di altre voci, al di fuori di
quelle delle eroine, che si facciano garanti della
realtà degli avvenimenti narrati. Infatti, quando è
possibile il confronto con i testi modello, si può
verificare il carattere strumentale di alcune
affermazioni dei personaggi di Ovidio.
Il lettore, quindi, conosce
delle protagoniste e delle loro storie solo quanto
loro stesse raccontano. Un altro tratto
caratteristico delle Epistulae è la mancanza di
omogeneità: infatti, manca una voce unificante ed il
susseguirsi di quelle dei personaggi che esprimono
le loro verità parziali ed individuali dà luogo alla
possibilità di varie ed opposte interpretazioni dei
fatti.
Tuttavia non bisogna pensare
che l’Autore scompaia del tutto, anzi esso trova un
suo spazio caricando di una sottile ironia,
destinata al lettore, le parole delle eroine
inconsapevoli.
Tra le Epistulae merita
particolare attenzione quella di Fedra ad Ippolito.
I personaggi sono ripresi dall’"Ippolito" di
Euripide, tragedia per eccellenza dell’amore
infelice.
Il centro di questa tragedia è
costituito dall’incestuosa passione di Fedra per il
figliastro Ippolito; la sua rivelazione, fatta dalla
nutrice ad insaputa della donna, scatena la collera
del giovane. Egli, infatti, alla dea Afrodite
preferisce la caccia e la dea Artemide, assumendo
nei confronti dell’amore un atteggiamento di
disprezzo. E’ proprio il rifiuto di Ippolito e la
vergogna per la rilevazione della sua passione, a
spingere Fedra al suicidio.
In Ovidio ritroviamo delle
sostanziali differenze rispetto ad Euripide: la
prima consiste nel fatto che è Fedra stessa, proprio
attraverso la lettera, a dichiarare il suo amore ad
Ippolito; la seconda nel modo in cui la donna vede
un’eventuale concretizzazione della propria
passione: per lei non si verificherebbe un incesto,
ma un "semplice" adulterio. L’incesto si configura
come atto molto grave nella cultura antica: lo
scarto tra la società umana e non, è rappresentato
dall’esogamia.
Alle tematiche connesse
all’incesto si ricollega il mito di Fedra; ai versi
129-134 l’eroina pronuncia queste parole per
convincere Ippolito della liceità del loro rapporto
amoroso: "Né poiché la matrigna vorrà accoppiarsi
al figliastro / nomi vani atterriranno il tuo animo.
/ Codesta pietà è antica e morirà in un evo futuro,
/ esistette nel tempo in cui Saturno reggeva regni
selvaggi. / Giove stabilì che fosse pio tutto ciò
che giova, / e rese del tutto lecito che la sorella
si accoppiasse al fratello.. ". Con queste
parole lo persuade ad abbandonarsi a ciò che è
contro la Pietas e contro il Fas: Giove (Iuppiter)
loda come pio tutto ciò che giova (iuvat).
La Fedra di Euripide non può
esprimere la propria passione anzi ne è prigioniera
nel tentativo di conformarsi a valori morali che non
ammettono concessioni. Quella delle Heroides,
invece, vive in un ambiente mondano spregiudicato
nel quale è possibile abbandonarsi ad atteggiamenti
meno inflessibili ed esaltare un’etica moderna e
tollerante.
La differenza tra le due Fedre
si ricollega ad un diverso atteggiamento dei
rispettivi Auctores nei confronti dell’universo
femminile.
Euripide è condizionato da una
forte misoginia che si riscontra nel comportamento
della stessa eroina: essa nutre per il figliastro un
groviglio di sentimenti che affascina e sgomenta e
che è malvisto nel contesto sociale in cui la donna
vive.
La Fedra euripidea non riesce,
respinta ed insultata, a sopravvivere alla vergogna
e si uccide; tuttavia in punto di morte tenta
un’ultima volta di riscattarsi agli occhi della sua
gente facendo ricadere la colpa dell’insana passione
su Ippolito.
La Fedra di Ovidio, invece,
convive più serenamente con i propri sentimenti
manifestandoli senza pudore ma anzi cercando di
convincere l’amato a condividerli.
La Fedra di Ovidio non è
"colpevole" per il suo "illecito" sentimento,
giacché è lei stessa vittima inconsapevole di una
spietata "vendetta trasversale"di Afrodite: in
questo modo la dea ha voluto punire Ippolito, reo di
averla trascurata per Artemide, e di averla definita
"la più spregevole tra le dee".
La Fedra di Seneca
Un posto particolarmente
importante tra le opere di Seneca rivestono le nove
tragedie "cothurnate", cioè di argomento mitologico
greco: Hercules Furens, Troades, Phoenissae, Medea,
Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, Hercules
Oetus.
Di esse abbiamo scarse
notizie; tuttavia sono le uniche tragedie latine ad
esserci pervenute in forma non frammentaria e hanno
rappresentato non solo la ripresa del teatro latino
tragico arcaico, ma anche il punto di arrivo, ai
limiti dell'espressionismo verbale, della "tragedia
retorica".
A causa della scarsità di
notizie pervenuteci le tragedie senecane presentano
alcuni interessanti problemi interpretativi, a
cominciare dalla cronologia della composizione,
legata ad un quesito di base, cioè se sono state
composte per fini puramente artistici o con
obiettivi politici, e ancora, se fossero destinate
alla rappresentazione o alla lettura nelle sale di
recitazione (recitatio).
La critica propende per la
seconda ipotesi perchè l'azione drammatica è
sostituita dalla declamazione dei sentimenti (fine e
profonda ne è la psicologia) e per la sottigliezza
del dialogo sofistico.
Della tragedia latina arcaica
riscontriamo in quelle di Seneca il gusto del
pathos, l'esasperazione della tensione drammatica
ottenuta mediante l'introduzione di lunghe
digressioni, che alterano i tempi dello sviluppo,
inserendosi nella tendenza ad isolare singole scene
come quadri autonomi; anche se alcune
caratteristiche tecniche contrastano con la
consuetudine del teatro antico in quanto alcuni
passaggi di scena sembrano impossibili nel suddetto
teatro. In ogni caso, esse appartengono a pieno
titolo al genere tragico in quanto ne hanno la
struttura tradizionale (prologo, episodi, cori,
trimetro giambico).
E' da sottolineare, comunque,
che il tragico dello Spagnolo non rispetta lo
spirito dei modelli greci: è un tragico, il suo,
ideologico piuttosto che tematico, la realtà
esistenziale è assolutamente negativa e tutti i
drammi hanno una conclusione luttuosa.
Le tinte fosche sono
accentuate ed anche i particolari più truci; inoltre
tutte le tragedie sono sempre alimentate dalla
filosofia e dalla dottrina stoica dell'autore che,
invece di indurlo alla speranza, o almeno alla
certezza che una ragione provvidenziale domini il
cosmo, riversa la sua visione in un pessimismo
totale.
Le vicende delle opere si
configurano come conflitti di forze contrastanti ,
soprattutto all'interno dell'animo, nell'opposizione
tra "mens bona" e "furor", la ragione e la passione.
Al centro troviamo la
rappresentazione dello scatenarsi delle passioni
sfrenate, non dominate dalla ragione. Della ragione
sono quasi sempre portavoce i personaggi secondari:
nutrici, servi, destinati comunque a rimanere
inascoltati.
Del "furor" sono, invece,
spesso dominati i protagonisti: Medea, Atreo, Fedra
...
Il "lògos" si rivela incapace
di frenare le passioni e di arginare, quindi, il
male.
Nascono, perciò, scenari
d'orrore e di forze maligne, in una lotta tra bene e
male che, oltre ad avere dimensione individuale
all'interno della psiche umana, assume un aspetto
più universale.
Le tragedie si configurano
anche grazie ad un carattere spiccatamente
letterario, oltre che per quello moralistico e
filosofico, grazie alle reminescenze di tanti autori
e allo stile fortemente influenzato dalla retorica
asiana, a cui dobbiamo la forma prettamente gonfia,
barocca ed il gusto per il macabro.
Infine all'autore non
interessa tanto lo sviluppo dell'azione, di cui dà
scontata la conoscenza, ma il dibattere su una serie
di argomenti morali e politici, quali la colpa, il
delitto, il "regnum", la "fides". Prevalgono perciò
gli scopi argomentativi, perseguiti con tutti gli
strumenti della retorica. I personaggi sono
portatori di determinati temi e tutto ciò fa
derivare un tono declamatorio che generalmente
infastidisce il lettore moderno.
Tuttavia nelle tragedie più
riuscite l'approfondimento psicologico è potente e
raggiunge momenti di alta commozione: esempio
lampante è sicuramente la "Phaedra" .
La materia della Fedra di
Seneca è attinta da Euripide, probabilmente sia
dall'"Ippolito incoronato" sia dalla più audace
prima edizione dello stesso dramma : l'"Ippolito
velato", che dovette suscitare scandalo tra gli
spettatori.
Per Seneca però non ci fu
problema in quanto la Roma neroniana era assai più
spregiudicata e "moderna" dell'Atene periclea, e
l'incesto era tra i temi entrati nella cronaca non
meno che nella letteratura.
Amore e morte è il binomio
tragico già racchiuso nel mito che Seneca elabora e
strizza fino a trarne gli effetti più spasmodici ed
esasperati, da romanticismo barocco, ed il barocco è
nel gusto del tempo, nel fondo della vita e dello
spirito oltre che nella retorica di moda.
Dapprima la protagonista
coglie l'attimo di furore omicida di Ippolito con
masochismo sublime e, in seguito, dopo la morte del
ragazzo, la sua disperazione è tale da sperare di
congiungere il suo destino a quello di lui
attraverso la morte, di accompagnarlo oltre essa.
Fedra così viene ad essere la
prima creatura della poesia antica che porti, o si
illuda di portare, romanticamente il suo amore, il
suo peccato, al di là della vita.
I motivi di confronto tra il
modello euripideo e la la tragedia senecana sono
individuati in base a tre parametri basilari.
Il primo sicuramente riguarda
il contrasto passione/castità che diviene in Seneca
contrasto tra "furor" e "mens bona". In Euripide il
dualismo è costituito dallo scontro tra i due
personaggi e tra le due divinità che rappresentano
queste forze: Afrodite, che apre la tragedia, e
Artemide, che la chiude come "dea ex machina".
In Seneca la lotta si
trasferisce direttamente all'interno della coscienza
della donna e, nello stesso tempo, si assolutizza in
quella tra "furor" e "mens bona", tra asservimento
alle passioni, di cui l'amore risulta l'esempio più
tipico e devastante, e libertà da esse, filone
conduttore della morale stoica.
In Euripide, anche nella
seconda edizione, Fedra non è più la primitiva ed
istintiva cretese che conosce solo le leggi della
passione, ma una donna che lotta contro il suo
desiderio colpevole, contro il demone che l'agita,
anche se è comunque destinata a perire e a
distruggere tutta la famiglia.
In Seneca, invece, anche se il
personaggio è sconfitto, si afferma la possibilità
dell’uomo di lottare con la passione e dominarla, in
quanto l'amore non è un'imposizione dell'onnipotente
divinità, ma puro istinto che l'uomo può controllare
con la fermezza dello spirito.
L'altro parametro preso in
analisi è quello che evidenzia la trasformazione di
Ippolito da devoto alla dea Artemide a saggio stoico
per Seneca.
Infatti nella versione
euripidea il giovane ci è presentato come un casto
seguce della dea, amante solo delle selve e della
caccia, in Seneca egli diventa una sorta di filosofo
sulla quale bocca l'autore pone le massime tipiche
della saggezza stoica; quindi, lo stesso amore per
la vita silvestre diviene distacco dalle passioni,
disprezzo degli onori e del potere.
Il terzo ed ultimo parametro
riguarda un elemento di attualità politica, cioè l '
accusa al potere ritenuto autoritario e privo di
"lume".
Esso è un ulteriore elemento a
favore della originalità del testo senecano ed è
sicuramente legato al rapporto che lo scrittore
aveva col principato di Nerone.
Fedra, infatti, non è solo la
donna in preda alla insana passione, ma anche la
regina abituata ad imporre il proprio volere su
quello degli altri e non a sottostarsi ad esso.
Comunque tutte le differenze e
gli elementi originali dell'opera di Seneca rispetto
al modello greco non fanno altro che ricondurci alle
differenze culturali e politiche delle due epoche,
oltre che riflettere la matrice stoica dell'operato
dello scrittore latino.
La Fedra di Racine
Figlia del re degli Inferi
Minosse e di sua moglie Pasifae, che doveva
innamorarsi del toro inviato da Poseidone e dare
alla luce il minotauro, discendente del Sole per
parte di madre, Fedra fu data in sposa a Teseo, eroe
attico. A Trezene o ad Atene, dove lui sarebbe
venuto a celebrare i misteri, Fedra incontra
Ippolito, figlio di Teseo e di un'amazzone chiamata
a seconda delle versioni Melanippe, Antiope o
Ippolita, e si innamora di lui. La storia di Fedra
comincia in realtà con questa passione, dapprima
taciuta, poi confessata sia alla nutrice sia allo
stesso Ippolito durante l'assenza di Teseo, il cui
ritorno provoca la calunnia di Fedra, il suo
suicidio e la morte di Ippolito, imprudentemente
maledetto da suo padre, in un combattimento con un
mostro marino inviato da Poseidone.
Presentiamo qui di seguito la
sintesi della tragedia raciniana, di cui diamo un
riassunto atto per atto, inserendo successivamente
la prefazione scritta dallo stesso Racine:
-
ATTO I: La tragedia si
apre con la decisione di Ippolito di
allontanarsi da Aricia, la fanciulla amata, per
andare alla ricerca di Teseo. Compare sulla
scena Fedra che è consunta da un male
misterioso. Enone, sua nutrice e confidente,
riesce infine a strapparle il segreto: Fedra ama
il figliastro e pensa con sollievo alla morte.
L’atto si chiude con l’annuncio della morte di
Teseo e da ciò Fedra è indotta ad un barlume di
speranza.
-
ATTO II: Ippolito rivela
il suo amore ad Aricia, colei che, per decreto
paterno, non dovrebbe amare. Il dialogo tra i
due viene interrotto dall’arrivo di Fedra.
Durante l’incontro la regina inizia col
raccomandargli d’aver cura di suo figlio, ma la
sua passione non tarda a tradirsi con parole
allusive finché esplode in una confessione
disperata. Davanti a un Ippolito incredulo e
turbato Fedra afferra la spada del giovane e
tenta di uccidersi, ma sopraggiunge la nutrice
che la porta via mentre ha ancora in mano la
spada. Intanto corre voce che Teseo sia ancora
vivo.
-
ATTO III: Enone esorta
Fedra a partire, ma la regina spera ancora di
poter conquistare il cuore di Ippolito
offrendogli di regnare su Atene. Manda così
Enone a convincere il figliastro, ma poco dopo
questa ritorna con l’annuncio dell’arrivo di
Teseo. Fedra sgomenta pensa solo alla sua morte,
rifiutandosi di dimenticare Ippolito nonostante
le insistenze della nutrice. Dopo l’arrivo di
Teseo con il figlio il dubbio si insinua nella
mente del re creduto morto, in seguito alle
ambigue parole della regina semi incosciente e
di Ippolito. Nell’ultima scena Ippolito in un
dialogo con Teramene, sua confidente, si chiede
quello che veramente nasconda la reticenza della
matrigna.
-
ATTO IV: Enone accusa
Ippolito aggiungendo alla calunnia indizi quali
la spada per confermare la veridicità del suo
discorso e convincere così Teseo. Il re impreca
contro il figlio invocando Nettuno perché lo
punisca. Ippolito tenta inutilmente di
difendersi confessando il suo amore per Aricia,
senza accusare Fedra, ma il padre non si lascia
convincere. Fedra supplica il marito di
risparmiare Ippolito, pensando anche di
confessare il suo folle amore, ma, cieca di
gelosia dopo aver appreso di avere una rivale,
non dice nulla in sua difesa lasciando così
allontanare Teseo iracondo. Dapprima sola e in
seguito con Enone, Fedra si abbandona al suo
furore, ma sopraggiunto il rimorso scaccia
malamente la nutrice.
-
ATTO V: Aricia rimprovera
ad Ippolito il suo silenzio, ma egli le spiega
le ragioni, sperando che a rendergli giustizia
sarebbe stata l’ignominia che Fedra avrebbe in
seguito subito. A Ippolito non resta nient’altro
che fuggire e invita Aricia a seguirlo per
poterla sposare. Teseo incontra poi Aricia e
dalle sue parole allusive viene spinto ad
interrogare nuovamente Enone. Appresa la morte
della nutrice e il delirio in cui è caduta
Fedra, capisce il suo errore e prega Nettuno di
salvare il figlio, ma sopraggiunge Teramene ad
annunciare la morte di Ippolito dopo lo scontro
con un mostro marino. Alla fine del racconto di
Teramene appare Fedra che giustifica Ippolito
confessando la sua passione. Per effetto di un
veleno la regina muore di fronte a Teseo che
dopo aver invocato l’oblio su tutta la vicenda
decide di rendere onore al figlio e di
accogliere Aricia come figlia.
LA PREFAZIONE DI RACINE
"Ecco un'altra tragedia il cui
soggetto è tratto da Euripide". Nello stendere
questa tragedia l'autore francese apporta però
alcune modifiche rispetto al tragediografo greco in
particolare nel delineare i protagonisti:
-
Fedra, per Racine non è né
del tutto colpevole né del tutto innocente: "E'
vincolata dal proprio destino e dalla collera
degli dei ad una passione illegittima di cui lei
per prima ha orrore". Essa compie ogni sforzo
per sconfiggerla, preferendo di gran lunga la
morte, ma alla fine è proprio l'eroina tragica
ad essere sconfitta confessando il suo tremendo
amore; ed è la voce della morte di Teseo, basata
sulla storia di un viaggio favoloso del re di
Atene come la si trova in Plutarco, che porta
Fedra a fare la sua confessione che non avrebbe
mai osato fare finchè avesse creduto vivo il
marito. Proprio per questa parziale innocenza
Racine ha tentato di renderla meno odiosa di
quanto non fosse nell'originale greco, affidando
l'accusa contro Ippolito alla nutrice: a questa
infatti si addiceva meglio una simile bassezza
piuttosto che ad una principessa capace poi di
esprimere sentimenti tanto nobili e virtuosi.
-
Ippolito, mentre in
Euripide e Seneca è accusato di aver realmente
violentato la matrigna, nella
Phèdre
viene accusato
solo di averne avuto l'intenzione. Inoltre
Racine gli ha attribuito "...qualche punto
debole che lo avrebbe reso un poco colpevole nei
confronti del padre senza peraltro sminuire
tutta la grandezza d'animo con cui risparmia
l'onore di Fedra e si lascia opprimere per non
accusarla", chiamando debolezza "...la passione
che suo malgrado prova per Aricia, figlia e
sorella dei mortali nemici di suo padre".
Il mito di Fedra ha sempre
avuto un ottimo successo di pubblico, sia
nell'antichità che nel XVII secolo, perchè, a parere
di Racine, "...essa possiede tutte la qualità che
Aristotele esige dall'eroe tragico e che sono adatte
a suscitare la compassione e il terrore".
Inoltre tra tutte le tragedie
da lui scritte, egli afferma con sicurezza che
"...in nessun'altra la virtù è messa maggiormente in
luce. Ogni più piccola colpa è severamente punita. I
peccati d'amore si confondono con i veri peccati. Le
passioni vengono descritte per mostrare tutto il
disordine di cui sono causa". Il fine ultimo di
tutti i tragediografi è quindi mostrare questa
virtù, facendo diventare il teatro una scuola in cui
la si insegna al pari delle scuole filosofiche; ed è
questo che in ultima istanza si augura Racine.
Perché
Fedra?
Al pari di Edipo la storia di
Fedra si configura come un archetipo che percorre
tutta la letteratura universale. La storia della
seduttrice incestuosa o meno che si fa calunniatrice
si ritrova in India, in Cina, in Egitto e fa da
trama ad altre leggende della tradizione
occidentale.
Phèdre inoltre presenta una
tipica situazione edipica: ritorna infatti, anche se
in forma più mediata, il tema dell’incesto. "Il
mito di Phèdre e Hippolyte mette in scena non tanto
Edipo quanto Giocasta. Il desiderio incestuoso
perfettamente manifesto si sposta nella figura
femminile… L’uomo deve solo subire e accettare la
volontà dell’eroina… La presenza di Hippolyte
risveglierà nella matrigna l’amante, facendole
dimenticare il suo ruolo di madre." (Alberto
Capatti,
Introduzione a Fedra,
Mondadori).
Ma un altro elemento tanto più
interessante quanto meno esplicito collega il dramma
di Fedra a quello di Edipo, quello della riflessione
sul linguaggio; il linguaggio che maschera e
tradisce le realtà interiori, dà peso alle
apparenze, arreca morte rivelando quel che deve
essere taciuto. Edipo non vuole ascoltare le parole
di Tiresia, Fedra cerca di non pronunciare le parole
fatali, ma il dramma si consuma proprio attorno a
due momenti linguistici: la confessione e
l’imprecazione. Alla parola non si può porre
rimedio: il passaggio dal silenzio alla parola
genera l’irrimediabile.
La Fedra di
D’Annunzio
La Fedra di D’Annunzio è una
figura artisticamente viva con atteggiamenti tra il
folle e demoniaco.
Ella, per assecondare troppo
la sua passione trasgredisce le leggi morali e
sociali che regolano la convivenza umana. È un
essere primitivo, che non si integra nella normale
vita, le cui manifestazioni anzi suscitano in lei
delirio e agitazione.
Nella tragedia dannunziana non
spicca molto la sacralità tipica del dramma greco,
ma piuttosto è posto l’accento su quanto d’umano
suscita dolore e sofferenza.
Ella si inasprisce alla
notizia che Teseo è vivo, in quanto vede distrutta
la propria gioia malvagia, mentre si inebria,
rivivendo la gloriosa ultima ora di Capaneo,
folgorato da giove su le mura di Tebe.
Fedra esalta, quindi il
sacrificio eroico che fu coronato dal sacrificio
d’amore di lui moglie Evadne mentre mostra odio per
Teseo, che rappresenta l’ostacolo costante al suo
sogno vertiginoso di piacere, al suo amore non
corrisposto per il figliastro Ippolito.
Sentimenti di odio e di
ammirazione eroica nutrono l’anima complessa di
Fedra. Ella è consapevole dei suoi impulsi
incoercibili al piacere, al peccato, alla
trasgressione e si vergogna di questa sua colpa.
E proprio dal conflitto dei
suoi desideri inappagati, dei sentimenti peccaminosi
nasce la sua malvagità, la sua empietà che la porta
ad esaltare la ribellione di Capaneo a Zeus e il
sacrificio amoroso di Evadne.
Il personaggio mitologico,
trattato da Euripide, diventa in D’Annunzio un tipo
dannunziano.
In Euripide spicca la donna
che si strugge, langue e tutt’al più si esagita. In
D’Annunzio Fedra è ansia furiosa, folle, abbandonata
alle suggestioni del senso e dell’istinto sfrenato,
che vede nell’erotismo e nella sensualità il mezzo
per manifestare la vita profonda e segreta dell’io
che sfugge al controllo dell’intelletto.
E’ insomma un misto di voluttà
e istinto.
Ella è quindi un’interprete
genuinamente dannunziana dell’ideale orgiastico ed
amorale del poeta, di un ideale immorale di una vita
fondata sull’accettazione di ogni invito dei sensi,
e sull’egocentrismo assoluto, sul rifiuto della
razionalità, in nome di una conoscenza del mondo da
raggiungere attraverso la suggestione immediata dei
sensi, sul trionfo della vitalità istintiva.
Ed in nome di questo abbandono
all’ebbrezza dei sensi e ai suggerimenti
dell’istinto, l’erotismo di Fedra diventa angoscia,
agitazione irrefrenabile, empietà furente contro
Afrodite, abbattimento alternato, orgoglio
passeggero, ma vilipeso al pensiero che tra qualche
ora Ariandne la schiava tebana sarà tra le braccia
di Ippolito.
L’atteggiamento della Fedra
euripidea è, potremmo dire, quasi romantico, di un
dolore realistico e struggente, per un bene che non
l’appartiene, quello della Fedra di D’Annunzio è
tipicamente decadente, irrazionale, naturalistico,
istintivo e perciò di una vogliosità incontrollata
che assale Ippolito con tutti i mezzi a sua
disposizione, dalla sfrontatezza invereconda e
immorale alla lusinga di una promessa di potenza.
Al rifiuto del giovane, ella
passa alle offese e alle minacce, all’esasperante
incalzare e alla folle presa.
Ippolito fugge e Fedra
momentaneamente s’abbatte.
Ma ella, demone terribile
s’inalbera presto nella sua fierezza amazzonica per
l’ultima opera di ribellione alla ragione, e di
esaltazione dell’istinto, ricorrendo, in maniera
spietata e cinica, alla calunnia.
Tuttavia non bisogna
considerare questo gesto come fine a se stesso, ma
come gesto di franca rivolta al volere degli dei e
del Fato, come Capaneo di cui ella è stata
ammiratrice ed esaltatrice.
E questo prometeismo suggella
la sua ribellione alle leggi della ragione per
cercare, ma senza risultati, di far prevalere
l’istinto sulla ragione, anche contro il volere
degli dei.
Fedra in D’Annunzio è, in
conclusione, anima viva, con qualche mistura di
follie nietzschiane; appartiene a quella categoria
di caratteri demonici che, troppo asserviti dalla
loro passione, si mettono al disopra delle leggi e
della morale nella convivenza degli uomini; nature
primitive in cui è convulsione e spasimo ogni
normale manifestazione di vita. Fedra uccise
Ippolito non per vendicarsi della repulsa, ma per
vincere Afrodite, per domare in sé l’incestuoso
amore per il figliastro. E potrà dunque infine
celebrare il proprio nome come "il nome di chi
sovverte antiche leggi per porre una sua legge
arcana", e chiamare su di sé a bella posta l’ira di
Artemide, ingiuriandola come casta ed inutile
protettrice dell’ucciso Ippolito, mentre anche nella
morte è lei la vittoriosa, lei che, pura ormai di
colpa, si ricongiunge all’amato.
Roberto Andria
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