Le tecniche
della produzione antica
strumenti e
macchine – metodi di lavoro industriale
Nonostante alcuni abbiano
affermato che, nel campo delle applicazioni della
tecnica, l’evo antico sia molto vicino a noi,
dobbiamo comunque premettere che Roma, malgrado le
sue notevoli realizzazioni non si distaccò molto dal
livello raggiunto durante la civiltà ellenistica.
Durante quest’ultima, infatti, si
sviluppò il periodo d’oro della tecnica antica, che
fu caratterizzato dalle invenzioni del mulino ad
acqua, delle pulegge, della vite senza fine, delle
pompe e di altre macchine idrauliche o di altro
tipo.
Nell’età romana, invece, a parte
l’attività di Erone, non vi furono particolari
scoperte nel campo delle scienze sperimentali, ma
piuttosto fu impiegata la tecnica ereditata dalle
altre civiltà.
I Romani dell’età imperiale
sentivano di vivere in un periodo di grande
progresso tecnico che sbalordiva tutti, anche
perché, quando il bisogno incalzava, si dava alla
produzione industriale un ritmo molto veloce.
Bisogna comunque dire che, nel
complesso, il quadro non è affatto da ricondurre al
meccanicismo, perché a Roma il lavoro umano prevalse
sempre su quello meccanico. È, quindi, l’ansia di
perfezionamento che fornì un deciso contributo alla
tecnica.
Dal confronto con quelle
precedenti, l’età romana non risulta certo emergente
nel campo delle invenzioni e delle scoperte atte a
perfezionare quantitativamente la produzione.
Le cause da attribuirsi
all’inefficienza dimostrata in tale ambito derivano
sia dalla concezione che i Romani avevano del
lavoro, inteso come un esercizio prettamente
servile, sia dalla effettiva ristrettezza del potere
di acquisto delle masse.
D’altra parte la scarsa
disponibilità di capitali per i liberi artigiani ed
in completo disinteresse degli schiavi, rendevano
ancora più irrealizzabile alcun genere di
innovazioni. Il principale ed unico fine che ci si
poneva, pertanto, era quello di perfezionare le
tecniche di produzione già in uso per un
miglioramento qualitativo del prodotto destinato ad
una ristretta cerchia di consumatori. Ne conseguì
perciò anche una vera e propria specializzazione
dell’artigiano nel suo più preciso operato.
Bisogna però precisare che in
condizioni di necessità, ed in risposta anche a
stimoli apprezzabili, l’ingegno dei Romani si rivelò
capace di risolvere problemi di genere pratico,
raggiungendo un livello tecnico assai elevato ed
anticipando, in taluni casi, moderne innovazioni.
Il ritrovamento di un’ancora
ripescata nel lago di Nemi testimonia, ad esempio,
come i Romani avessero preceduto la soluzione di un
problema di navigazione presentatosi in età
posteriore e risolto allo stesso modo pur a notevole
distanza di tempo.
In campo agricolo abbiamo
l’invenzione del torchio a vite e della macchina per
la mietitura, il perfezionamento degli utensili e di
nuovi metodi di coltura. Al periodo augusteo
risalgono probabilmente la trebbiatrice e la ruota
ad acqua.
Numerosi furono, poi, i progressi
nella produzione di coloranti e nella chimica, la
cui introduzione è tutt’oggi tenuta in
considerazione.

Se, quindi, l’apporto di Roma in
campo strettamente innovativo non è molto
considerevole, è da attribuirle comunque la grande
opera di diffusione del patrimonio tecnologico greco
orientale in Occidente.
Se agli scienziati greci ed
ellenistici spetta il merito incontestabile di aver
molto contribuito nel campo della tecnica e della
meccanica strumentale con molte ingegnose invenzioni
di strumenti e macchine, soprattutto nel campo
agricolo, ai Romani spetta il merito di aver
contribuito alla "volgariz-zazione" ed alla
diffusione di essi e, soprattutto, motivo di lode
per essi, è l’aver perfezionato, sul piano pratico,
numerosi strumenti e macchine.
Come già accennato
precedentemente, gli agronomi romani solevano
distinguere gli strumenti dell’agricoltura in tre
categorie, la prima era l’instrumentum vocale,
ovvero utensile con la parola, cioè lo schiavo che
esprimeva un altissimo potenziale tecnologico. Il
mondo romano sfruttò moltissimo, quale fonte di
energia, quella muscolare umana, soprattutto per la
costruzione di opere pubbliche e nello sfruttamento
delle miniere.
Alla seconda categoria
appartenevano gli instrumenta semivocalia,
ovvero gli animali; infine vi erano gli
instrumenta muta, privi cioè della parola,
ovvero gli utensili e le macchine.
In questo periodo questi ultimi
si diffusero moltissimo, probabilmente grazie alla
loro perfezione e specializzazione a tal punto che
il complesso strumentale agricolo in uso presso i
Romani, molto vario e ben assortito, ha suscitato la
grande meraviglia degli studiosi.
Molto diffuso era l’aratro, usato
per smuovere la terra e per prepararla alla semina;
ve ne erano vari tipi, ciascuno dei quali
caratterizzato da ingegnose particolarità allo scopo
di essere adeguati alla varietà degli impieghi
,delle colture e dei terreni.
Vi erano, poi, l’ercipe,
la crates, il rastrum simile al
nostro rastrello, il sarculum o zappa a mano
il sarchiello di legno: tutti strumenti impiegati
per smuovere la terra, eguagliarne la superficie,
rompere le zolle ed estirpare le erbacce.
Nelle ville e nei giardini si
usavano strumenti più specializzati, quali bides,
per una cultura più accurata dei terreni, il
ligo e la pala, affini alla nostra vanga;
la marra, per svellere le erbe e strappare le
radici, simile ad una zappa fornita di denti; la
gruccia; il pennato, strumento tipico dei vignaiuoli
utilizzato per svariati usi :gioghi, legnature per
sostenere le viti e gli alberi, ecc…
Per recidere i rami e le radici
si usavano la securis e la dolabra,
talvolta riunite in un unico utensile, la securis
dolabrata.
Per la mietitura: dalle più
diverse forme di falci (vericulate, denticulate,
rostrate, ecc.), a strumenti dentati, a vere e
proprie macchine anche a trazione animale, molto
diffuse in Gallia.
Per trebbiare si adoperava il
tribulum, mentre per vagliare il grano si
usavano i ventilabra e i velli,
strumenti a forma di pala.
Molto diffusi ed importanti erano
i cesti, adoperati come sacchi o da collocare su
carretti. Oltre agli strumenti a trazione umana o
animale vi erano quelli a trazione idrica,
soprattutto per la macinazione (le molae).
Diffuso era anche il torchio; ve ne erano di vari
tipi: arbores, prelum, sucula, regulae, ecc….
Questo era adoperato per la pigiatura delle vinacce
e la premitura delle olive; indispensabile erano i
recipienti (dolia, aphorae), per la raccolta
e la conservazione dei prodotti.
Ciascun complesso di molae
era chiamato trapetum ed era affiancato da
strumenti accessori più o meno semplici.

Solo più tardi, nel 50 d.C.,
furono perfezionati ulteriormente tali strumenti e
ne furono inventati dei nuovi, come ad esempio il
torchi a vite, cochlea.
Mentre macchine per seminare,
mietere e trebbiare erano largamente in uso, in
Egitto diffuse erano speciale macchine idrauliche
per far salire l’acqua da irrigazione.
Per quanto riguarda il campo
mercantile lo strumento di scambio fondamentale era
la moneta. Infatti fino al IV secolo a.C.
nell’Italia romana il bestiame era mezzo di scambio,
poi con lo sviluppo del commercio sopravvennero le
monete. Nel 269 furono coniate quelle d’argento, il
denarius ed il sestertius, poi nel 217
le prime monete d’oro, gli aurei.
Dobbiamo ricordare, inoltre, i
mezzi di trasporto. Alcuni imperatori romani
proibirono l’uso dei veicoli con ruote durante le
ore del giorno. Per i lunghi viaggi si andava a
cavallo o in carrozza tirate da cavalli. Ma i mezzi
di trasporto più importanti erano decisamente le
navi, soprattutto per il commercio.
Le navi romane erano mosse o
dalle vele o dai rematori seduti in più ordini di
banchi ed erano molto grandi. Si navigava solo lungo
la costa e solo nella bella stagione.
Dobbiamo, però, tener presenti
anche gli innumerevoli utensili in uso e la varietà
degli strumenti di lavoro, come i recipienti per la
conservazione dei prodotti, i banchi per le
esposizioni delle merci, gli strumenti di misura,
bilance, pesi, misure lineari, tenendo conto pure
degli strumenti adoperati in alcune professioni come
l’oreficeria e l’artigianato.
Lo scarso sviluppo dell’attività
industriale a favore di quella agricola è dovuto
prevalentemente alla ridotta produzione e, quindi,
allo scarso impiego di macchine, che avrebbero
permesso un’ingente aumento della produttività ed un
minor costo del prodotto, ed all’esigua richiesta
del mercato che non incentivava in alcun modo
l’artigianato.
La meccanica, l’idrostatica e la
chimica delle scuole di Archimede e di Alessandria
in pratica ricevettero poca importanza poiché
venivano applicati essenzialmente i loro principi di
base, ed in maniera poco precisa. Nel mondo antico
si incrementò moltissimo, col tempo, lo sviluppo
della tecnica e della produzione sempre più
automatizzata, tecnica risultata utile nelle epoche
successive. Naturalmente il macchinismo moderno non
è dovuto soltanto alla tecnica, ma anche a quelle
scienze sperimentali che ne hanno permesso
l’applicazione.
È anche vero che gli impulsi e
gli stimoli moderni sono molto diversi da quelli del
mondo antico che, quando si trovò di fronte a
qualcuno di questi, riuscì ad appagarlo attraverso
sempre nuove produzioni tecniche.
L’apice del progredire della
tecnica lo si ebbe nel mondo romano tra il II sec.
a.C. ed il II sec. d.C., in quanto successivamente
non è possibile notare alcuna forma di progresso, a
parte qualche caso anomalo come quello della
fabbricazione del vetro. Già nello stesso secolo II
d.C. si possono rilevare molteplici differenze
rispetto al I secolo soprattutto nel campo della
gioielleria e della ceramica: in entrambi è palese
una lavorazione più rozza nel II sec. rispetto ai
prodotti "mirabili per grazia e senso artistico" del
primo secolo.

Il ferro e l’acciaio che venivano
impiegati dai Romani a scopo bellico ed agricolo,
erano il risultato di una lunga e paziente
lavorazione.
Infatti il ferro, dopo essere
stato estratto, veniva portato alle fornaci, dove
però esso non si fondeva mai del tutto perché non
era possibile con i mezzi allora esistenti
raggiungere la temperatura richiesta per la fusione.
Perciò il ferro, che si trasformava in un grossa
massa spugnosa, veniva raffreddato con l’acqua e,
poi, conservato per essere lavorato con l’incudine
in caso di necessità.
Molto più semplice si presentava,
invece, la lavorazione di altri metalli più duttili
e malleabili, come l’oro, l’argento e, soprattutto,
il bronzo, che veniva largamente adoperato nel campo
artistico per la statuaria.
Questo metallo veniva lavorato
ridotto in lamine che, riscaldate, potevano essere
trasformate in vari oggetti.
C’era, poi, anche il mercurio che
poteva essere ottenuto, oltre che ricavandolo allo
stato libero, anche per sublimazione del cinabro.
Una grandissima importanza,
infine, rivestiva, nella lavorazione dei vari
metalli, la tecnica della saldatura. Essa fu usata
dai romani soprattutto per la fabbricazione di tubi
di piombo per le condotture, che venivano ottenuti
piegando le lamine di piombo su se stesse e poi
saldandole.
Per quanto riguarda, poi,
l’estrazione dei vari minerali, essa era molto
primitiva e veniva ancora effettuata manualmente o
con macchinari comunque molto rudimentali.
Le tecniche della produzione
antica
lavoro libero e lavoro servile –
lavoro nero
Il rapporto tra il lavoro libero
e lavoro servile nel mondo romano è oggetto di
polemiche e contrasti tra gli studiosi di economia
antica; alcuni, infatti, sostengono che quest'ultima
era fondata interamente sul lavoro servile, altri,
invece, tendono a limitare gli effetti del lavoro
servile sia nel tempo che nei singoli settori di
produzione.
Bisogna precisare che, parlando
di lavoro servile, si è soliti in genere riferirsi
alle prestazioni dei liberti, anche se il lavoro del
liberto, per le condizioni in cui era svolto, per il
rendimento e l'abilità evidenziata dal lavoratore
nella esecuzione tecnica del prodotto, non era
paragonabile al lavoro dello schiavo.
In sostanza, dal punto di vista
economico, la prestazione lavorativa dei liberti può
essere considerata sullo stesso piano di quella
degli ingenui, per la possibilità di
appropriazione immediata del prodotto e l'interesse
personale ad un massimo rendimento; si può anzi
affermare che i liberti rispetto agli ingenui
ebbero maggior senso del lavoro, riuscendo spesso ad
elevarsi socialmente ed a venire a capo di cospicui
patrimoni.
Dal punto di vista intellettuale
non doveva esserci gran differenza tra ingenui
e liberti, in quanto solo i più intelligenti ed
i più docili degli schiavi riuscivano ad ottenere la
libertà: se, al limite, c'era una differenza tra le
due categorie, essa, per ciò che riguarda lavoro e
produttività, doveva essere a vantaggio
dell'elemento libertino. E vero che essi portavano
dai propri luoghi di origine usi e costumi diversi
da quelli in uso tra le popolazioni indigene, ma ciò
si risolveva in genere in applicazioni vantaggiose
per il rendimento produttivo; la loro posizione può
essere considerata affine a quella degli stranieri
immigrati, con in più il possesso della cittadinanza
romana, che la maggior parte di questi ultimi non
possedeva.
Sebbene le origini della
schiavitù a Roma risalgano alla preistoria, è certo
che presso i Romani il numero degli schiavi rimase a
lungo relativamente limitato; nella fase iniziale
delle guerre puniche i proprietari romani
possedevano in media due, o tre schiavi ciascuno e
tale situazione non deve apparire sorprendente in un
periodo in cui la vita economica procedeva senza
scosse in un ambiente rurale dominato dalla piccola
proprietà.

Non bisogna dimenticare, infatti,
che un largo impiego di mano d'opera servile avrebbe
richiesto ai proprietari terrieri un accertamento di
capitali che in quell'epoca non poteva essere
frequente.
La situazione mutò radicalmente
quando l'organizzazione economica dell'Italia fu
sconvolta dall'afflusso continuo di capitali che
rese insufficienti o inadeguate le antiche forme di
produzione.
Fino ad allora il lavoro
domestico, integrato dall'artigianato libero si era
ben adeguato alla scarsezza dei bisogni; però, con
l'improvviso aumento delle esigenze, questa
organizzazione si trovò nell'impossibilità di farvi
fronte: l'equilibrio tra domanda ed offerta di
lavoro venne spezzato e l’impos-sibilità di servirsi
dei lavoratori liberi avviò la richiesta di mano
d'opera servile, favorita anche dalle guerre
vittoriose in seguito alle quali furono riversate
sul mercato considerevoli quantità di schiavi a
prezzi sempre più bassi.
La crisi della mano d'opera fu
partico-larmente grave nel campo dell'agricoltura:
dopo le guerre di espansione la classe dei piccoli
contadini-proprietari, che aveva fornito
all'agricoltura gran parte della forza lavoro, si
trovò decimata e distolta dalla terra, per una serie
di cause che determinarono l'espansione del
latifondo a danno dell'economia domestica.
A causa della sempre più
accentuata rarefazione dei contadini-proprietari le
grandi industrie dovettero fondare la organizzazione
del lavoro solo sulla mano d'opera servile, anche se
in parte la popolazione contadina continuò a
rimanere nelle terre trasformata in affittuaria
delle grandi tenute.
Già nell'età di Augusto il
fenomeno aveva raggiunto un'estensione generale:
l'Italia agricola e guerriera andava scomparendo e
si manifestava sempre più la tendenza a limitare
l'impiego di mano d'opera libera.
In conclusione si può affermare
che negli ultimi due secoli della repubblica il
lavoro servile era penetrato nei vari settori della
vita economica, sebbene l'impiego di uomini liberi
non venne abbandonato, soprattutto per i lavori di
maggiore importanza e delicatezza.
Non possiamo precisamente
stabilire, per carenza di dati, quale fosse la
consistenza numerica degli schiavi in questo
periodo; sappiamo, però, che ai Romani doveva
sembrare enorme (almeno a sentire le testimonianze
di Plinio, Cicerone ed altri) e forse in realtà lo
era, tanto da emanare la legge Fufia Canina che
riguardava coloro che possedevano fino a cinquecento
schiavi.

C'è da chiedersi, quindi, quale
fosse il rapporto tra la forza-lavoro dell'elemento
servile e di quello libero: questione, questa, che
ha sollevato numerosi dibattiti tra gli studiosi.
Noi potremmo basarci sui più
probabili dati dello storico Mayer (che opta per un
rapporto di due schiavi per un libero) da cui,
considerando che gli schiavi erano quasi tutti
adibiti al lavoro mentre i liberi lo erano solo per
un quarto, deriviamo che nel I sec. a.C. c'era una
netta preponderanza della forza-lavoro servile.
Nei primi tempi dell'impero, poi,
vi fu un forte incremento del fattore servile sia
nelle case dei ricchi, che brulicavano di schiavi,
sia nelle aziende agricole medie e grandi, gestite
dalle cosiddette familiae servili.
Ma, per valutare l'effettiva
importanza degli schiavi sull'economia imperiale,
dobbiamo prima conoscere la loro consistenza nelle
classi medie e poi stabilire i rapporti tra la
azienda contadina, gestita direttamente dal
proprietario senza quasi impiego di mano d'opera non
libera, e le medie e grandi proprietà di cui abbiamo
parlato prima.
Vediamo che, iniziato con Catone,
il quale accentuava la convenienza degli schiavi nei
campi, il processo della loro affermazione raggiunge
con Augusto la sua pienezza: tutte le grandi e medie
aziende sono condotte tramite gruppi di familiae
rusticae, sotto la sovraintendenza di un
vilicus, anch'egli schiavo.
Nonostante ciò, la piccola
fattoria indipendente, gestita direttamente dal
proprietario, non scompare del tutto, ma anzi
mantiene la prevalenza sul latifondo in Spagna (vedi
Marziale), in Africa ed in Italia (vedi Orazio,
Catullo, ecc..).
Ricordiamo, inoltre, che erano
liberi, e quindi relativamente indipendenti, anche i
lavoratori di affitto parcellare, che troviamo in
Italia largamente diffusi ai tempi di Traiano e di
Nerva (vedi le iscrizioni di Piacenza e di
Benevento), poi anche in Africa e forse in tutte le
altre province, ad eccezione dell'Egitto.
Il lavoro servile, quindi, non
soppiantò mai quello libero, che mantenne la sua
posizione anche grazie a mercenari che fittavano le
loro prestazioni e ad operai specializzati in
operazioni delicate, alle quali probabilmente erano
inadatti gli schiavi.
Addirittura vediamo che
successivamente si innestò un processo, e ciò è
attestato da Varrone, secondo cui le forze servili
vennero a subire la concorrenza delle forze libere,
sia per quanto riguardava l'affidamento di mansioni
di maggiore presa economica, sia quello di fondi
privati in generale.
Si può ben dire, quindi, che nel
I sec. d.C., anche considerando le testimonianze di
Plinio riguardo addirittura la detestabilità
dell'opera servile, lo "schiavismo" promulgato da
Catone si estinguerà totalmente.
Sempre di più, dunque si
diffondevano i liberi lavoratori, sia per le
motivazioni economiche prima menzionate, che per
ragioni di ordine politico: lo Stato, infatti,
cercava di favorire la suddivisione dei grandi
appezzamenti di terreno in piccoli lotti da
distribuire equamente ai coltivatori, in modo da
sostituire le grandi aziende a mano d'opera servile
con piccole fattorie contadine.

In questo modo veniva eliminato
il rischio di disordini e sommosse che potevano
essere fomentate dall'eccessiva concentrazione degli
schiavi nei latifondi.
A questo scopo vennero presi
provvedimenti quali la legge agraria di Tiberio
Gracco, la concessione di terre ai veterani e la
legge di Cesare.
I liberi lavoratori non venivano
impiegati in larga misura nelle industrie, dove
piuttosto prevaleva la mano d'opera servile, parte
della quale, talvolta, prendeva addirittura parte
all'amministrazione dell'azienda.
Superiore a quello degli schiavi
era, invece, il numero dei lavoratori liberi dediti
all'artigianato. Se, in effetti, antichi giuristi,
come Varo e Testa, testimoniano che, talora, proprio
agli schiavi era affidata la gestione di botteghe ed
officine per conto del padrone, molti altri dati
rivelano che, in questo genere di attività,
prevalevano i cittadini liberi: infatti su 1854
iscrizioni di nomi di lavoratori pervenuteci,
toltene 919, solo 67 sono sicuramente attribuibili a
schiavi mentre le altre riguardano i liberi.
Ancora... anche dagli scavi di Pompei si è potuto
desumere che esisteva, in quella città, una grande
quantità di artigiani liberi.
È certa, infatti, l'esistenza di
numerose associazioni professionali-artigianali che,
tra l'altro, avevano un rilevante peso politico, in
quanto potevano offrire un valido sostegno ad un
candidato nelle elezioni.
È evidente che tali artigiani non
potevano essere schiavi, perché a questi era
proibito riunirsi in associazioni e, comunque, ben
poco valore avrebbero avute le loro raccomandazioni.
La presenza, in questo periodo,
di una numerosa componente di lavoratori ed
artigiani liberi è stata accertata anche in altre
località: a Tiro, a Pozzuoli, nel paese dei Calibi
od in Egitto (dove veniva adoperata, per lo più,
mano d'opera libera per sino nelle miniere).
I lavoratori liberi trovavano
largo impiego anche nei lavori pubblici e nelle
attività commerciali. In verità nel campo del
commercio sono stati rilevati casi in cui padroni,
dando agli schiavi un piccolo capitale (peculium),
affidavano loro il controllo dei propri
commerci, avvalendosi, spesso, della naturale
abilità e dell'intuito propri degli orientali. Così
gli schiavi, in alcuni casi, ricevevano le più varie
mansioni nell'ambito del commercio, ma in realtà si
trattava di casi-limite od almeno non molto
frequenti erano i momenti in cui ricchi signori di
Roma decidevano d adoperare degli schiavi per la
gestione dei propri affari commerciali, perché
l'esercizio diretto del commercio era considerato
disonorevole per il nobile romano.
Al personale servile, dunque,
venivano affidate non funzioni direttive, ma
incarichi operativi e pratico-manuali. Un gran
numero di schiavi, poi, era impegnato in attività
servile di ogni genere e molti di loro diventavano
amministratori, precettori, cuochi, addetti alle
librerie, corrieri, medici,
A Roma la forza-lavoro viene
sempre divisa tra schiavi e liberti, ma non abbiamo
notizie che attestino il rapporto secondo il quale
essi si siano distribuiti in tutte le regioni.
È logico comunque credere che nei
luoghi in cui vi era un forte accumulo d capitali,
quindi presso aziende agricole ed industriali, il
concentramento servile fosse di gran lunga maggiore
che nelle altre zone. Ma il fatto non va
generalizzato, perché in alcune grandi aziende
troviamo accanto agli schiavi famiglie di coloni
liberi che si occupano della gestione del terreno a
loro affidato.
La scarsa produttività del lavoro
servile portò i Romani a cercar di studiare i mezzi
per aumentarne il rendimento.
Infatti, oltre alle spese di
sorveglianza o alla necessità di assicurare
all'azienda un lavoro continuo per tutto l'anno, si
aggiunse anche il limite insuperabile della mancanza
di interesse diretto del lavoratore alla produzione,
tale che si giunse a calcolare che esso era di due
terzi inferiore a quello di un operaio libero.
Quindi per porre rimedio a questa
situazione non c'era altro modo che eliminare i
motivi di disinteresse e la mancanza di autonomia
nell'esecuzione. Si ricorse, quindi, a due istituti
giuridici, il peculio e la manomissione: con il
primo lo schiavo non ebbe più potere di possedere e
di contrattare; il secondo fece si che egli potesse
divenire libero e lavorare liberamente.
Per attirare lo schiavo ad un
lavoro maggiormente produttivo si pensò di con
cedergli un piccolo patrimonio che, col passare del
tempo, sarebbe potuto aumentare e di cui lo schiavo
aveva la piena disponibilità; anche se solo di
diritto, esso apparteneva ancora al padrone, che
prelevava solo una somma di denaro fissata a
priori, lasciando così l'intera gestione di
un'azienda commerciale allo schiavo.
Così lo schiavo fu stimolato ad
un perfezionamento tecnico del lavoro che svolgeva.
In questo nuovo sistema che si
spe-rimentò, però, vi erano anche lati negativi,
come quello di vedersi tolto tutto il patrimonio
accumulato dal padrone da un giorno all'altro.
Comunque questo sistema fu attuato sia nella
coltivazione dei campi che nell'industria e nel
commercio mediante l'autorizzazione data allo
schiavo o di coltivare per conto proprio un pezzo di
terreno, o di metter su bottega.
E fu così che lo schiavo
partecipò in società più come "persona" che come
res. La manomissione fu l'altro mezzo con cui la
società pensò di accrescere il rendimento della mano
d'opera.
Dal punto di vista sociale,
infatti, si cercò di sostituire al lavoro meccanico
ed indisciplinato dello schiavo quello interessato e
diligentissimo di coloro i quali erano capaci di
svolgere un lavoro autonomo. Così i liberti
costituirono nell'impero una classe che, anche se
sotto certi punti di vista era considerata poco
raccomandabile, si seppe distinguere nei settori
della produzione e, spesso, in una posizione
finanziaria dominante. Essi costituirono una classe
molto differenziata di uomini validi, perché, sin
dall'epoca di Augusto, ebbero una parte di primo
piano nell'amministrazione, mentre assunsero un
posto di grande rilievo nella borghesia municipale,
riuscendo con le proprie doti, talvolta, a
costituire enormi patrimoni.