Home Su Il Gatteschi I manoscritti Il teatro antico La Campania in... Il trucco Il lavoro Salari e prezzi S. Antonio Abate Il Pio Monte della M. La q. meridionale Mens sana in... Droghe & ... Trent'anni... Sport...sport... Il Napoli del '67 Napoli Cartografia antica La medicina La propaganda el. Gare dell'antichità Le navi Le ville di Plinio Le case di Cicerone Napoli e Stazio Cercando il Sole


Alla trattazione della Campania Strabone dedica ben tredici pagine, computate secondo l'edizione teubneriana del Meineke: un numero tutt'altro che esiguo, se si considera che in altrettante pagine si trova descritta un'estensione del nostro paese pressapoco decupla: Etruria fino a Fregene, Umbria, litorale adriatico da Rimini alla foce dell'Esino, Corsica e Sardegna, e che non più di diciassette ne occupa la Sicilia, una tra le pietre angolari della civiltà, della storia e della cultura greca.

Affinché questi paragoni spaziali acquistino maggiore risalto, cominciamo col ricordare che la Campania di Strabone era inclusa in limiti assai più angusti rispetto all'attuale regione italiana dallo stesso nome. Essa risultava della fascia costiera che da Sinuessa (vicinanze dell'odierna Mondragone) s'inoltra, superato il golfo di Napoli, sino alla foce del Sele: ne restavano dunque esclusi dalla parte N - O il tratto di litorale prospicente a Sessa Aurunca, e a S - E la maggior parte della provincia di Salerno. Passando al retroterra, bisogna ricordare che appartenevano al Sannio l'alta valle del Volturno, il Beneventano e l'Irpinia. La Campania antica comprendeva dunque l'odierna Terra di Lavoro, il golfo di Napoli, il Nolano e la limitata estensione che va dai monti Picentini al litorale della piana di Salerno.

Parlando di questo territorio Strabone, com'è sua consuetudine, non si limita a fornire i lineamenti fisici e i principali ragguagli sulle condizioni della vita umana; facendo a ritroso le essenziali tappe del cammino della storia, egli illustra l'origine dei singoli popoli, tien conto delle dominazioni succedutesi nelle varie zone attraverso il volger dei secoli, e non manca di riferire perfino i principali miti connessi con la natura e con le vicende dei più remoti abitatori.

Mettendo decisamente da parte, per suggestivi e interessanti che siano, codesti rilievi storico-letterari delle pagine prese in esame, mi limiterò a sottolineare quei dati e quei ragguagli tanto fisici che antropici che, a mio giudizio, meglio s'adeguano ai fini dello studioso di geografia storica, in quanto ci presentano i diversi aspetti d'uno stesso luogo attraverso le mutevoli vicende del tempo.

Impostata così la ricerca, ecco profilarsi una pregiudiziale di grande importanza: essa investe, com'è ovvio, il metodo di lavoro dell'antico geografo. Fino a che punto Strabone, nel trattare della Campania, poteva descrivere cose viste, e dove invece si limitava a ripetere quanto trovava già sistematicamente organizzato nelle sue fonti? Per quanto nulla trapeli in modo esplicito dalle sue parole, riesce ovvio postulare ch'egli avesse visitato il golfo di Napoli e le sue adiacenze, luoghi non solo vicini a Roma, dove certo Strabone trascorse molto tempo della sua vita, ma anche tra i più celebri e frequentati del mondo antico proprio in quei decenni che segnarono la fine della repubblica e il principio dell'impero. Napoli, ad esempio, era una città altamente intellettuale: le vicende della vita di Virgilio ne danno ampia documentazione. Strabone stesso, dove riferisce di coloro che vi andavano a soggiornare per evadere dalla vita romana, pone in prima linea gli uomini dediti ad attività culturale, ed è molto probabile parlasse così perché sentiva di appartenere alla loro categoria. Ma c'è di più: tra i non molti luoghi della terra enumerati nel primo libro, figurano un'accuratissima descrizione della Punta della Campanella, la menzione di Napoli e della tomba della Sirena Partenope, nonché un sommario ragguaglio delle principali località dei campi Flegrei, tra cui non sorprende di trovare il Vesuvio: Strabone infatti, nell’associarlo a Cuma, a Pozzuoli, al Fusaro e all'Averno, aveva certo di mira non l'esatta determinazione dei luoghi, ma il punto saliente che li accomunava e li accomuna, voglio dire la natura vulcanica.

Tuttavia, per buon conoscitore che fosse della Campania e più particolarmente del golfo di Napoli, Strabone seguiva con diligenza una fonte perpetua, voglio dire gli undici libri geografici composti verso il 100 a.C. da Artemidoro di Efeso. Il nostro lo nomina ben cinquanta volte, cinque delle quali proprio nel corso dei libri V e VI. Inoltre la descrizione delle coste campane equivale a due capitoli dell'opera del naturalista Plinio, e questi non manca di citare Artemidoro proprio come una delle sue principali fonti geografiche.

Da quanto son venuto rilevando, è facile dunque arguire la diligenza con cui passo passo va distinto e separato ciò ch'è artemidoreo e quindi precede d'un secolo l'inizio della nostra èra da ciò ch'è straboniano e perciò appartiene all'ultimo ventennio dell'impero di Augusto. Ove poi si consideri che anche Artemidoro ebbe le sue fonti, e che l'opera storica di Timeo di Taormina (350-250 circa a.C.) costituiva per lui una miniera anche geografica ed etnografica, bisognerà star ben cauti al cospetto di una veramente complessa stratificazione di dati, pur tutti degni di studio in quanto ci lasciano intravedere quel poco che resta dei più antichi tentativi di tracciare una geografia del nostro paese.

Dopo il paragrafo introduttivo (4,3), in cui Strabone accenna alla questione dibattutissima e forse insolubile degli Ausoni e degli Opici-Osci e celebra con parole famose la feracità del suolo campano, riferendosi tanto ai cereali che alle specialità vinicole, comincia la descrizione del litorale a partire da Sinuessa. Il geografo menziona Literno con la tomba di Scipione Africano Maggiore, e specifica: accanto alla città passa un fiume dallo stesso nome. Si tratta evidentemente del Clanius, l'antico fiume che bagnava le campagne d'Acerra e sboccava a mare nei pressi del lago di Patria; canalizzato dai Borboni, reca oggi il nome di Regi Lagni. Glanis lo chiama Licofrone, nel suo poema composto poco dopo il 295 a.C, ispirandosi certo a Timeo; fiume di Cuma lo denomina impropriamente Stefano Bizantino; non è da escludere che Strabone, magari attraverso Artemidoro, calchi qui le orme di Timeo. La coincidenza del nome di Literno città col nome del fiume che le passa accanto suggerisce a Strabone quella tra il Volturno fiume e la città omonima sulle sue rive: l'ordine, poiché la trattazione procedere da N - O, risulta invertito, tanto vero che dalla descrizione del corso del Volturno si passa senz'altro a parlare di Cuma.

Ed ecco ormai che il racconto si fa assai più vivo e circostanziato; Strabone descrive luoghi di cui ha diretta conoscenza: il litorale vicino alla città è scoglioso ed esposto, e vi si fa ottima pesca di grossi pesci; in questo golfo v'è anche una boscaglia cespugliosa per l'estensione di parecchi stadi, sabbiosa e priva di acqua, che chiamano selva Gallinaria. Colà i navarchi di Sesto Pompeo radunarono le proprie soldataglie piratesche, allorché questi fece ribellare la Sicilia (V 4, 4). La cosiddetta guerra siciliana si chiuse col 36 a. C: siamo dunque certi che Strabone descriveva i luoghi com'erano ai suoi tempi, attingendo da notizie di contemporanei, e forse anche riferendosi a esperienze personali.

Lo stesso si può dire della descrizione delle coste da Cuma a Pozzuoli, vero modello di precisione topografica. Tra Cuma e Miseno, la palude Acherusia, che Strabone chiama emanazione paludosa del mare, e con cui allude certo al lago Fusaro. Che la sua fonte non sia qui Artemidoro, si desume benissimo, come ha osservato il Beloch, da un'osservazione successiva: il nome di palude Acherusia era dato da altri al lago Lucrino, da Artemidoro al lago d'Averno. Si vede che nel corso d'un secolo l'onomastica leggendaria dei luoghi aveva subito modifiche: è importante rilevare che Plinio, pur attingendo di norma da Artemidoro, questa volta concorda col nostro.

Doppiato il capo Miseno, Strabone ricorda uno stagno proprio sotto la vetta: gli editori dai tempi del Cluverio correggono stagno in porto, ma io esito a seguirli, pensando alla distesa d'acqua che oggi chiamano Mare Morto. Mi limito ad osservare che, quando Strabone scriveva queste righe, certo Augusto non aveva ancora fatto di Miseno il gran porto militare di cui ci attestano Svetonio, Tacito, ecc.

Al capo succede l'insenatura di Baia, di cui Strabone sottolinea la tipica forma sinuosa e menziona le terme; segue a questo punto la trattazione del Lucrino e dell'Averno, che comporta una serie di divagazioni mitiche e di reminiscenze letterarie. Mi asterrò, in questa sede, dal discutere l'evoluzione delle leggende relative secondo Eforo, Timeo, Artemidoro, anche perché una diligente ricerca in proposito fu già condotta dal Beloch, dallo Steinbruck e da altri; vale invece la pena di porre qui di seguito i vari accenni descrittivi, che Strabone ha certo attinti dalle proprie esperienze personali e che sono questi: A Baia è vicino il golfo di Lucrino e nell'interno di questo l'Averno, che forma una penisola prolungatesi fino al Miseno, a partire dal tratto di terra compreso fra esso e Cuma: non resta infatti che un istmo di pochi stadi lungo la galleria verso Cuma stessa e il mare prospiciente... l'Averno è un'insenatura profonda dall'imboccatura ristretta, avente l'ampiezza e la natura d'un porto, ma di porto non consente l'impiego, poiché gli sta davanti il golfo di Lucrino, esteso e poco profondo. L'Averno poi è cinto da ciglioni a strapiombo che gl'incombono da tutte le parti fuorché all'imboccatura e che attualmente sono lavorati a colture, ma prima erano rivestiti d'una selva selvaggia e inaccessibile per la grandezza degli alberi, in modo da ombreggiare il golfo e favorire la superstizione... ora peraltro che la selva intorno all'Averno è stata recisa da Agrippa e nei luoghi si sono costruiti edifici e dall'Averno è stata scavata una galleria sino a Cuma, tutte quelle narrazioni sono risultate fole; Coc-ceio poi fece quella galleria attenendosi in qualche modo al racconto suddetto circa i Cimmeri, forse perché riteneva che le vie in galleria costituissero una tradizione atavica in quei luoghi (V 4,5). Il golfo Lucrino s'estende poi fino a Baia, diviso dal mare esterno mercè un argine lungo otto stadi e largo quanto un'ampia carreggiata, che dicono fosse ammonticchiato da Ercole quando conduceva i buoi di Gerione; poiché peraltro durante le tempeste si copriva di acqua sì da non poter essere facilmente praticato, Agrippa lo fece più alto. Ha un'imboccatura adatta a navi leggere, ma non è buono da ormeggiar visi, mentre procura una pesca ricchissima di ostriche... viene quindi il litorale di Dicearchia e la città stessa di questo nome, che fu in origine un approdo dei Cumani, costruito sopra un ciglione... (V 4,6).

Dopo le solite divagazioni storico-mitiche, Strabone passa quindi a sottolineare l'importanza di Pozzuoli come porto commerciale, e accenna ai requisiti edilizi della pozzolana, che rende possibile la costruzione di ormeggi artificiali, coi quali le spiagge aperte si trasformano in golfi; conclude quindi il paragrafo con queste parole: subito sopra la città si trova la piazza di Efesto, una spianata cinta da ciglioni vulcanici, con frequenti bocche infocate e alquanto fragorose; la pianura è piena di fiori di zolfo.

In tutta la descrizione da Baia a Puteoli si risente una diretta conoscenza dei luoghi, aggiornati alle condizioni in cui si trovavano quando Strabone vi fu. L'aver messo in rilievo l'istmo tra Cuma e l'Averno si giustifica solo in quanto rispondeva al tracciato sotterraneo del cunicolo eseguito da Cocceio per ordine di Agrippa: esso era ancora praticabile prima dell'ultima guerra, quando uno scoppio di munizioni lo ridusse in pessime condizioni. Opera di Agrippa era pure il disboscamento, che aveva spogliato i luoghi della loro originaria sacertà; Stradone ironizza sulla simpatia di Cocceio per i cunicoli, quasi che avesse voluto emulare gli antichi Cimieri della zona, abitatori di case sotterranee. Quanto all'altro lavoro di Agrippa, quello inteso a preservare dai marosi l'argine tra il Lucrino ed il mare, noto il contrasto palese tra la descrizione di Strabone e il verso properziano Qua iacet Herculeis semita litoribus (I 11,2): semita significa stradina, viottolo che è ben altra cosa rispetto all'ampia carreggiata cui allude Strabone. Il carme di Properzio appartiene a un libro pubblicato non prima del 28 a. C, ma certo dopo il 37, l'anno in cui Ottaviano fece costruire in onore di Cesare il Portus Julius, congiungendo l'Averno al Lucrino ed entrambi al mare. Di questi lavori parla Virgilio (Georg. II 161 sgg.), ne tace Stradone, ma io credo di cogliere nelle sue parole qualche richiamo sottinteso: perché dichiarare che l'Averno, malgrado la forma e l'ampiezza idonea, non si prestava a far da porto per colpa del Lucrino, e che questo non è buono da ormeggiarvisi, ma serve piuttosto da vivaio? Evidentemente il Portus Julius ebbe poca fortuna: dopo qualche tempo anzi Agrippa stesso volle consolidare lo sbarramento laterale dalla parte del mare aperto, trasformando la semita, cui alludeva ancora Properzio, in una strada ampia e comoda, che facilitasse il traffico tra Baia e Pozzuoli. A migliorare e semplificare la stessa viabilità mirava naturalmente anche la galleria scavata pure in quegli anni da Cocceio nella collina di Posillipo.

Aggiungiamo ancora due rilievi non privi d'interesse. Gli otto stadi della via di Ercole possono sembrare molti a chi consideri oggi la lunghezza del tratto di strada che costeggia il Lucrino: bisogna tuttavia tener conto delle conseguenze della famosa eruzione del 1538, che fece sorgere di fianco al lago la collinetta del Monte Nuovo. Infine è stato notato dal Beloch che la coltura delle ostriche fu introdotta nel Lucrino un po' prima della guerra sociale e che la relativa notizia può essere ereditata dall'opera geografica di Artemidoro. Non ho nulla da eccepire di fronte all'esplicita testimonianza di Plinio (IX 54,168); ritengo tuttavia del tutto inutile, fra tanti particolari collegati a esperienze dirette del nostro, voler ricondurre a consultazione di fonti proprio il più ovvio e banale.

Ed eccoci alla descrizione di Napoli. Il Beloch fa notare la somiglianza tra il modo come Strabone presenta la storia della città e quello con cui lo stesso ci parla di Cuma, e pensa, come al solito, ad Artemidoro. Indubbiamente due città greche così importanti e ricche di vicende avevano già attirato da epoca remotissima l'interesse degli scrittori. Per esempio l'imbarbarimento di Cuma ad opera dei Campani circostanti, che avevano assoggettato malamente gli abitanti della città e s'erano congiunti con le donne greche risale ad un'epoca per lo meno anteriore a Timeo; l'immigrazione degli stessi Campani tra le mura di Napoli, provocata da lotte interne e il graduale infiltrarsi dei loro nomi nelle liste dei demarchi prima tutti greci e poi greci e oschi appartengono certo al periodo che tenne dietro all'invasione della Campania da parte dei Sanniti; inoltre la notizia sulla tomba della sirena Partenope e sull'agone ginnico in suo onore derivano certamente da Timeo, di cui abbiamo un sunto presso Tzetze a Licofrone: Timeo dice che il navarco ateniese Diotimo, giunto a Napoli, sacrificò a Partenope secondo un vaticinio e istituì una corsa di fiaccole, per cui ancor oggi l'agone con le fiaccole ha luogo presso i Napoletani (fr. 98 Iac). Eppure anche il paragrafo straboniano relativo a Napoli lascia cogliere vari elementi ed aspetti che svelano l'immediata partecipazione dello scrittore: Dopo Dicear-chia viene Napoli... colà sopravvivono molte tracce di cultura greca, ginnasi, collegi d'efebi, associazioni e nomi greci, sebbene in sostanza si tratti di Romani. Proprio ora si celebra presso di essi il sacro agone quinquennale, musico e ginnico, per diversi giorni, degno di stare al pari coi più famosi della Grecia. Vi è colà anche una galleria scavata nella montagna tra Pozzuoli e Napoli come quella che mena a Cuma, e vi si apre una via praticabile a carri nelle due direzioni opposte per parecchi stadi. E la luce dalla superficie del monte filtra fino a grande profondità, essendo state tagliate in molti punti delle lustriere. Napoli possiede sorgenti d'acque calde e stabilimenti di bagni non inferiori a Baia, ma molto minori per numero: colà infatti, a forza di costruire ville su ville, che sono autentiche regge, è andata formandosi un'altra città, grande quasi quanto Pozzuoli. A Napoli poi fanno continuare la maniera di vivere greca quelli che vi riparano da Roma per stare tranquilli: uomini dediti alla cultura ovvero anche altri che vogliono vivere in pace perché vecchi o malati; e taluni Romani che si compiacciono d'un tal genere di vita, vedendo la folla di coloro che vi dimorano secondo lo stesso modo dì vivere, s'affezionano al luogo e finiscono col rimanervi (V 4,7). Il quadro non potrebb'essere più vivo e più completo: si sa benissimo che, pur atteggiandosi a Greci nei costumi — palestre, collegi, associazioni e fin nomi propri — gli abitanti della città sono in gran parte immigrati provvisori dall'Urbe: li chiamano a Napoli l'alto tono di vita intellettuale, l'attrattiva delle terme, un bisogno d'evasione e di distensione. Strabone parla certo per esperienza propria, un'esperienza che fu comune a Cicerone, a Virgilio, a quasi tutte le personalità più in vista d'allora. Ma sopra tutti questi ragguagli la nostra attenzione è polarizzata dalla descrizione della grotta. Il paragone con la grotta di Cuma si trova ripetuto due volte: prima a p. 337 1. 6, poi a p. 338 1. 29. Il primo luogo ha tutta l'apparenza d'una nota entrata nel testo: essa tuttavia, anche se non di Strabone, ci riesce ugualmente preziosa, in quanto assicura che pure il cunicolo tra Pozzuoli e Napoli fu opera di Cocceio. Questo doveva apparire come un prodigio d'ingegneria, sia per l'ampiezza, sia per la illuminazione attraverso profonde feritoie. Altro particolare di molto rilievo è infine il breve ma efficacissimo schizzo di Baia; lo troviamo fuori posto, in quanto inserito nella descrizione di Napoli, ma evidentemente le solite fonti non potevano dare notizia d'una località venuta di moda soltanto in quegli anni. Strabone invece non poteva mancare di parlarne, e chi ha visto coi suoi occhi lo spettacolo solenne degli scavi recenti, che presentano un digradare di superbe rovine lungo il pendio collinoso, corre subito colla mente alle ville principesche addossate le une alle altre in una gara di grandiosità e di sfarzo che pei felici abitanti di Baia costituivano lo spettacolo di tutti i giorni.

Di Ercolano Strabone ci parla come d'una fortezza con uno sprone proteso nel mare e ben ventilato dal Libeccio (V 4,8): il litorale oggi non consente identificazioni possibili, ma non è difficile immaginare che la cittadina, vista dal mare, si presentasse allora con una prominenza di edifici costieri, tali da rispondere a questi tratti descrittivi. Seguono Pompei, Nola, Nocera e Acerra, e la famosa descrizione del Vesuvio, che certo deriva di Timeo. Banali notizie tratte da un periplo, probabilmente da Artemidoro, sono quelle relative a Sorrento e alla punta della Campanella: ma ecco, a conclusione delle pagine destinate al cratere, cioè alla coppa inclusa tra i due promontori, il Miseno e l'Ateneo, un altro felicissimo sprazzo di luce: il cratere è completamente costellato dalle città che abbiamo dette, nonché da ville e da giardini, e queste e quelli, trovandosi frammezzo l'una di seguito all'altro, porgono l'aspetto d'una sola città (V 4, 8).

Nel racconto che segue si possono distinguere tre nuclei: Ischia e Capri, retroterra campano, coste del golfo di Salerno.

Non entro in merito circa la colonizzazione greca della prima isola e i fenomeni di natura vulcanica che più volte l'avrebbero fatta abbandonare dagli abitanti. Strabone non ha certo trascurato d'attingere alle sue solite fonti greche, in primo luogo a Timeo, eppure egli non manca di riferirci, anche questa volta, una notizia dei suoi tempi, un dato del più alto interesse: Capri in origine aveva due villaggi, in seguito uno solo. I Napoletani l'occuparono; più tardi però riebbero sì Pitecuse, che avevano perduta in guerra, per concessione di Augusto, ma questi volle Capri come suo possesso privato e vi fece edifici (V 4,9). Cominciarono così le vicende mondane dell’isoletta, che dovevano essere immortalate dal lungo e misterioso soggiorno di Tiberio.

Quanto al retroterra campano, Strabone diventa conciso, se non addirittura sommario: i luoghi sono meno celebri, meno abbondanti di notizie i testi da cui poteva attingere. Oltre Capua, della quale riporta una etimologia diffusa certo dall'annalistica romana, facendola derivare da caput, il geografo nomina ancora Teano, Casilino (l'odierna Capua) nonché Cale, Suessula, Atella, Nola, Nocera, Acer-ra e Avella. La concisione è tale, che nulla possiamo congetturare circa le condizioni di sviluppo e di floridezza di queste cittadine. Di Nocera ad esempio sappiamo da Floro che era stata distrutta l’89 da Papio Mutilo e rovinata ancora nel 73 durante la guerra servile; ma ciò non basta per desumere dal silenzio di Strabone che tali avvenimenti non fossero ancora registrati dalla sua fonte perché posteriori ad essa e che quindi il nostro avesse attinto anche questo luogo da Artemidoro: il ragionamento dello Steinbruck mi pare infondato.

Venendo infine alle coste del golfo di Salerno, Strabone si sofferma parecchio sui Picenti, trasferiti colà per iniziativa romana dalle coste dell'Adriatico, e sulla loro metropoli Picenzia, distrutta poi dai Romani stessi per punirne gli abitanti della connivenza con Annibale, ma assai poco ci dice dei luoghi: nomina il seno pestano, ubica Marcina nel bel mezzo tra le Sirenusse e Posidonia e specifica che l'istmo da Marcina a Pompei attraverso Nocera non supera i 120 stadi; da ultimo nomina Salerno, fortificata dai Romani, non proprio sul mare, ma a poca distanza da esso (V 4,13).

Pur riconoscendo col Beloch che Strabone, nel capitolo sulla Campania, abbia fatto largo uso di fonti geografiche e storiche, non ci sentiamo tuttavia di sottoscrivere il suo severo giudizio: «Strabone non è né più, né meno di un compilatore, e diciamolo pure, un compilatore poco abile». Le pagine che siamo andati illustrando presentano molte osservazioni dirette dello scrittore, molte vivaci impressioni di viaggio; lo prova la stessa superficialità sciatta e sommaria con cui egli passa invece in rassegna le parti del retroterra, di cui certo non aveva personale esperienza.

La descrizione del cratere, cioè del golfo meraviglioso di Napoli, incorniciato tra le arcane bellezze dei campi Flegrei e la mole gigantesca del Vesuvio resta invece a documentare nei millenni il profondo spirito d'osservazione e il vigore descrittivo d'un grande geografo.

Altro insigne rappresentante dell'epicureismo in Campania fu Sirone, un maestro austero e dignitoso, dotato di facoltà così pure da poter fare breccia nell'animo di Virgilio! Le notizie che abbiamo di lui sono infatti quasi totalmente collegate col soggiorno napoletano del poeta di Mantova. Forse un po' più anziano di Filodemo, Sirone dimorò e tenne scuola a Napoli, lungo la via per Pozzuoli, ai piedi della collina di Posillipo. Assai probabile, tra le tante supposizioni contrastanti, mi pare la tesi del Rostagni, il quale riconosce la ex-villa di Sirone nella località della tomba stessa di Virgilio, che era, per testimonianza del suo biografo Donato, sulla via Puteolana, entro la seconda pietra miliare. Come non identificare il nome, già etimologicamente euforico, di Pausilypon, «luogo dove cessano gli affanni», con la fuga dal dolore, canone fondamentale del pensiero epicureo? E come immaginare una natura più ridente di quella del promontorio dal lieve pendio, rivestito di floride vigne e digradante verso il mare per bearsi della vista del Vesuvio, della penisola sorrentina e delle isole del golfo? Era certo questo il fascino del piccolo podere di Sirone, una villa con annesso campicello che poteva dare, in miniatura, l'idea del «giardino» di Epicuro in Atene.

Che Virgilio fosse a scuola da Sirone e da lui apprendesse i canoni del pensiero epicureo ce l'assicurano la vita di Donato (68 R.), quella di Probo ( 10 p. 73 B), Servio (Ad Ed. VI 13 e Ad Aen. VI 264) e infine lo scolio veronese Ad Ed. VI 10. Queste medesime testimonianze fanno anche i nomi di Vario Rufo, Plozio Tucca e Quintilio Varo, tre poeti legati al Mantovano da un'affettuosa consuetudine di vita. Stando infatti a Probo, Virgilio «menò per più anni un ozio liberale, seguendo la scuola di Epicuro e vivendo in un'esemplare concordia e familiarità con Quintilio, Tucca e Vario». Gli stessi componenti di questo piccolo cenacolo d'intellettuali e di poeti riappaiono in due papiri ercolanesi, contenenti trattati di Filodemo sull'adulazione (pap. 1082, 12) e sulla avarizia (pap. 253, 12).

Che Filodemo s'incontrasse con gli amici e scolari di Sirone e che i reciproci convegni si risolvessero in discussioni filosofiche, lo apprendiamo da altro papiro ercolanese (319, I 4, 11. 5 ss.): «parve bene far viaggio con noi alla volta di Napoli dal nostro Sirone e presso il sodalizio che vive colà intorno a lui, e animare conversazioni filosofiche, e tenere più assiduamente soggiorni di studio in Ercolano...».

Di tali conversazioni o diatribe (i papiri usano il termine greco tradotto in otia, una occupazione tutt'altro che disdicevole alla otiosa Neapolis), fanno appunto parte i due trattati suddetti: Filodemo rivolge la parola a quattro persone di seguito, quattro vocativi di cui Vario e Quintilio si leggono per esteso; il nome di Virgilio è quasi certo; l'incertezza più assoluta permane invece sulla prima metà del quarto nome.

Fissare la data di questi incontri napoletani ed ercolanesi è cosa che si può facilmente. Siamo prima della morte di Sirone, avvenuta il 43 a. C. Proprio in quell'anno Vario, suggestionato forse dallo scritto di Filodemo sulla morte, riceveva l'ispirazione per un poema De morte, in cui, come ha dimostrato il Rostagni, bollava con allusioni roventi il triumviro M. Antonio; è facile dunque supporre che gli scambi di rapporti intellettuali tra Filodemo e il sodalizio di Posillipo s'intensificassero tra l'uccisione di Cesare e la battaglia di Filippi: una volta morto Sirone, Filodemo stesso, ormai vecchio e onorato, diveniva naturalmente la più alta autorità dell'epicureismo nel golfo di Napoli e doveva determinare un notevole ascendente non solo su Virgilio, ma anche su Orazio.

Per Virgilio il passaggio da Roma a Napoli significò il passaggio dall'eloquenza alla filosofia. Le scuole retoriche frequentate dal giovane mantovano prima a Cremona e a Milano, poi a Roma, non avevano appagato la sete del suo animo: pedanteria e paroloni vacui non potevano generare che insofferenza e fastidio in un cuore aperto ai più puri ideali del bello e del bene. Fu forse Lucrezio che, con la sua Musa ispirata, gettò il primo seme della meditazione nell'animo del giovane poeta, e lo trasse ai templi sereni della Sapienza, indirizzandolo a Napoli, alla scuola di Sirone, «in quell'ambiente di pace, di astrazione e di indifferenza per la vita pubblica, dal quale sorgeranno, dopo alcuni anni di elaborazione, le Bucoliche».

La partenza per Napoli trova espressione poetica nel quinto carme dei Catalepton, che oggi sono universalmente riconosciuti opera genuina di Virgilio: «Via di qui, via, vuote ampollosità degli oratori, parole roboanti di non attico rimbombo e voi, Selio, Tarquizio, Varrone, genia scolastica madida di grasso; via di qui, vuoti tamburi alle orecchie dei giovani. A te pure, o Sesto Sabino, pensiero dei miei pensieri, dico addio; addio, miei belli! Noi dirigiamo le vele verso i porti della felicità, cercando i dotti insegnamenti del grande Sirone, e riscatteremo la vita da qualsiasi affanno. Allontanatevi, o Muse, voi pure alfine allontanatevi, dolci Muse (se infatti vogliamo dire la verità, non fummo insensibili alla vostra dolcezza); e tuttavia tornate a visitare le nostre carte, ma discretamente e solo di rado».

I beati porti sono la meta del sistema epicureo, che mira essenzialmente al piacere, ma l'immagine, nella sua plasticità, richiama certo gli approdi del golfo di Napoli, anzi della collina di Posillipo, il cui nome stesso sembra parafrasato nel verso «vitamque ab omnì vindicabimus cura».

La data esatta del passaggio di Virgilio a Napoli si può collocare tra il 48 e il 47 a. C. Furono lunghi e gradevoli soggiorni, interrotti in principio da permanenze a Roma o nel Mantovano, e poi sempre più assidui, dopo che la spartizione delle terre ai veterani di Filippi segnò anche per Virgilio la perdita della casa paterna e del podere avito. Queste dolorose vicende, che seguirono di pochi mesi — al massimo d'un anno — la morte di Sirone, affiorano, con accorato rimpianto, nel carme ottavo degli stessi Catalepton: «O villetta, ch'eri di Sirone, o povero campicello, che pure, per un padrone come lui, rappresentasti ugualmente una ricchezza, affido a te me stesso e insieme questi miei congiunti che ho sempre amati, se mai nuove più tristi udrò della mia patria, e prima di tutti mio padre. Tu ora sarai per lui quel ch'era stata Mantova e prima ancora Cremona».

Il piccolo podere di Sirone, modesta realizzazione partenopea del «giardino» ateniese d'Epicuro, era ormai, dopo la morte del primo proprietario, la sola cosa di cui Virgilio — non sappiamo se erede o acquirente — potesse disporre. Il poeta vi trascorse la maggior parte della sua vita, ed ebbe l'estremo riposo tra le memorie di quella ch'era stata la scuola epicurea di Napoli. Si pensi al nome tradizionale di «schola Vergili», rimasta attraverso i secoli a designare i ruderi romani presso la punta del capo di Posillipo, lungo la marina della Gaiola.

Il legame spirituale col maestro scomparso e l'interesse per la filosofia di Epicuro sono ancora vivi nella sesta Bucolica, composta intorno al 40 a. C. Essa contiene una cosmogonia, ispirata dal quinto libro del poema di Lucrezio e messa sulla bocca di un mitico dio dei campi, Sileno. Gli scoliasti, e in particolare Servio (Ad Ecl. VI 10), asseriscono che sotto questo nome Virgilio intendeva per l'appunto raffigurare Sirone. Epicurei sono sensi e concetti del discorso che Sileno esprime, ma la durezza materialistica, insita nel gioco degli atomi, appare vivificata da un ameno senso di leggenda. Il discorso ha fondamenti filosofici, ma chi lo pronunzia, Sirone o Sileno che sia, è mosso da una piacevole condizione d'ebbrezza. Siamo ad una nuova fase dell'evoluzione spirituale virgiliana: la meditazione filosofica comincia ad attenuarsi fino a rappresentare un ricordo degli anni giovanili, una patetica rievocazione dei giorni felici, trascorsi dinanzi al mare di Napoli, alla scuola d'un maestro mite ed umano, che aveva saputo alleviare con la panacea del pensiero di Epicuro l'innata tristezza del suo più grande discepolo.

Così profondamente diverso da Virgilio, Orazio fu attratto dallo stesso cenacolo napoletano, dove si legò in amicizia con Virgilio stesso, con Lucio Vario Rufo e con Quintilio Varo. Se nel papiro già citato sull'avarizia (253, fr. 12, 34) il suo nome si leggesse per esteso, dovremmo ritenere che il Venosino, appena ventenne (era nato nel 65 a.C.), avesse avuto già occasione di legarsi all'élite degli amici menzionati da Filodemo nei due papiri. Viceversa le tre lettere superstiti consentono d'integrare anche Plòtie, soluzione questa che mi sembra più cauta e attendibile: il nome di Plozio Tucca è già nel primo dei Catalepton, la stessa raccolta dei saggi giovanili di Virgilio in cui trovano anche menzione il «dolcissimo Vario» e le «dotte sentenze del grande Sirone». Poiché, d'altro canto, ci risulta che Orazio nel 44 era già ad Atene, dove si sarebbe incontrato con Bruto che l'avrebbe accolto nelle sue file col rango di tribuno militare, e che in Italia tornò solo alquanto più tardi dopo l'umiliazione della sconfitta sul campo di Filippi (ottobre del 42), sembra molto più ragionevole supporre che fosse l'amarezza di chi tornava «con le ali tarpate, abbattuto e privo della casa e del podere paterno» a inoltrarlo verso l'accorata meditazione e il clima rasserenante del cenacolo napoletano. Quegli stessi anni (41-40) non furono neanche lieti per il dolce poeta delle Bucoliche: si creò una comunanza di stati d'animo e di esigenze spirituali, che doveva portare quel gruppo d'intellettuali, poeti o amatori di poesia, ad intendersi e collaborare anche sul piano artistico-letterario. Ad esempio Orazio (De arte poetica 55), trattando del diritto di creare neologismi, sta dalla parte di Virgilio e Vario, contrapponendosi a Plauto e a Cecilio, e più oltre (v. 436 ss.), pone in rilievo l'austero rigore critico di Quintilio Varo.

È probabile che il primo vincolo d'amicizia tra il Venosino e i suoi amici di Napoli fosse già maturato prima dell'anno 38 a. C, quando prima Virgilio, poi Vario parlarono di lui a Mecenate (Sat. I 6, 54 s.). Il legame fraterno era quanto mai vivo nella primavera del 37, all'epoca del famoso viaggio a Brindisi: dopo la notte trascorsa a Formia in casa di Murena, Orazio, giunto a Sinuessa, si vede venire incontro Plozio Tucca, Vario e Virgilio: «quali abbracci e quanta letizia fu tra noi!» (Sat. I 5, 44 s.). A pochi giorni di distanza, quando Vario dovrà staccarsi dagli amici, essi non potranno trattenere le lacrime (ibid. v. 93). Circa due anni più tardi, all'epoca cioè della decima satira, che può considerarsi di poco anteriore alla pubblicazione del primo libro (35 a.C), Orazio accanto al forte epos di Vario menziona la grazia soave delle Georgiche (vv. 42 s.), e poco oltre inizia una lista di poeti o critici di poesia con i nomi dei suoi amici più cari: « Plotius et Varius, Maecenas Vergiliusque » (v. 81). Se a conclusione di questi dati si aggiunge un accenno non irrilevante di S. Girolamo (Ol. 190, 4): «Varius et Tucca Vergilii et Horatii contubernales poetae habentur illustres», abbiamo innanzi a noi la storia del sodalizio napoletano nato da Sirone e rifiorito intorno al poeta di Mantova.

Pare da escludere che Orazio avesse rapporti personali con Sirone: fu invece in amicizia con Filodemo, che rimase in vita alcuni anni dopo il 40 a. C.. Basti pensare ai versi nei quali Filodemo è presentato come fautore degli amori facili e poco rischiosi (Sat. I 2, 120 ss.), una materia che trova eco nella maggior parte degli epigrammi attribuiti al Gadareno. In essi il motivo erotico è prevalente: sono amori di etere, alle quali lo scrittore si rivolge senza ritegno e senza veli, nel linguaggio di un filosofo del piacere che s'era presa la briga, come sappiamo da Cicerone, di secondare sulla strada del vizio il suo ospite, uomo dal palato grossolano.

Eppure qualche nota poetica non manca, qua e là, di occhieggiare in mezzo al repertorio vieto e trito della musa filodema. Si ponga mente ai seguenti versi di un epigramma dell'Antologia Palatina (IX 570): « O Bionda, plasmata di cera, dal corpo profumato d'unguenti, dal volto di Musa, stupenda statua degli alati Desideri, intonami con le mani rugiadose un balsamico carme: bisogna che un giorno in un letto solitario, fatto di sassi e di pietra, io dorma immortalmente per un tempo infinito. Cantamela di nuovo, piccola Bionda, sì, sì, questa dolce canzone ».

È il pensiero della morte che subentra alla dolcezza dell'amore, un pensiero reso ancora più triste dalla considerazione epicurea che non l'anima, ma la morte stessa è immortale. La vena di sentimentalismo che anima questi versi può ben essere stata ispirata al poeta greco dalla suggestione di un raffinato mondo lirico, quello della Napoli di tutti i tempi.

Quando poi Orazio, intorno al 15 a. C, prese a scrivere l'Arte poetica, Virgilio era già morto, e il dolce sodalizio degli amici cari al cuore dei due poeti ormai non esisteva più. Tuttavia, dagli accenni già fatti a due luoghi dell'epistola e da vari aspetti di essa, mi sembra di poter concludere che gli incontri napoletani di Orazio con Virgilio potessero avere per argomento questioni tecniche e formali, come quelle che affiorano sia nell'Arte poetica che nelle due prime epistole del secondo libro. E forse la conversazione ritornava talvolta su argomenti ch'erano già stati discussi tra le mura ospitali della villa d'Ercolano. Il fatto stesso che l'Arte poetica sia stata dedicata ai Pisoni, cioè al figlio e ai nipoti di quel patrizio che aveva aperta la sua sontuosa dimora a Filodemo, ci lascia pensare che Orazio, tornando dopo anni e quindi con nuova maturità critica ai problemi della poesia, cercasse di ristabilire, attraverso la scelta di quei destinatari, il legame ideale con quel personaggio intorno a cui gli altri amici s'erano stretti in vincoli d'affettuosa simpatia.

Inoltre la suggestione d'uno scritto di Filodemo, il trattato in almeno cinque libri sui componimenti poetici, conservato in molti papiri, e, per il libro quinto, in almeno due esemplari, tutti appartenenti alla biblioteca della villa d'Ercolano, dovette certo avere la sua parte nel far sì che Orazio si decidesse a scrivere de arte poetica. Certo non è facile istituire un confronto diretto tra le meticolose polemiche, espresse per giunta in uno stile contorto e spesso oscuro, con le quali il filosofo di Gadara combatteva Platonici, Peripatetici e Stoici che avevano scritto di poesia, e gli esametri armoniosi e suggestivi del poemetto oraziano. Tuttavia l'antitesi tra le due poetiche dell'utile e del dilettevole, la sottile differenza tra materia comune e impronta artistica individuale, la ripartizione sistematica dello studio critico nei tre momenti della «poesia», cioè del contenuto, del «poema», cioè della forma, e del «poeta», cioè della personalità e dell'indole di chi scrive, costituiscono parte essenziale delle due opere. Inoltre un commentatore di Orazio, Porfirione (del terzo secolo d. C), iniziando lo studio dell'epistola, ci fa testimonianza che il poeta «nel suo libro raccolse i precetti di Neottolemo Pariano intorno all'arte poetica, certamente non tutti, ma quelli di maggiore rilievo ». Queste parole stanno a dire che Orazio, in sostanza, pur avendo le sue fonti, non mancò di fare opera originale: attinse i punti salienti della trattazione da Neottolemo, ma seppe dare muscoli e nervi a quello schema, facendosi forte della propria esperienza artistica.

Tuttavia sorge spontanea una domanda. Come si spiega che proprio uno scritto dell'ignotissimo Neottolemo (Diogene Laerzio, ad esempio, nelle Vite dei filosofi, lo ignora assolutamente) cadde tra le mani di Orazio e si guadagnò subito la sua scelta? La risposta è semplice. Il quinto libro di Filodemo sui componimenti poetici è una scorribanda attraverso le opinioni dei filosofi postaristotelici in fatto di poesia; la parte relativa ai Peripatetici prendeva le mosse da una serie d'estratti dal lavoro di Neottolemo, che Filodemo dice d'avere attinti di seconda mano. Dunque, neanch'egli possedeva l'opera completa di Neottolemo, ma solo quei punti essenziali, che sarebbero diventati, in Orazio, i praecepta eminentissima cui allude Porfirione. È chiaro dunque che Orazio prese i suoi primi appunti per l'Arte poetica proprio in una delle discussioni critiche tenute ad Ercolano, di cui Filodemo era certo protagonista. Che anzi, se possedessimo per intero le prime colonne del papiro 1425, potremmo forse scorrere ancora con gli occhi gli appunti riassuntivi dell'opera di Neottolemo che Orazio, in una delle sue visite alla villa di Pisone, consultò e trascrisse avidamente.

Anche l'Arte poetica oraziana, che, accanto alla Poetica di Aristotele, rappresenta l'essenza del pensiero antico in fatto di critica letteraria ed esercitò un'influenza così grande nel Medioevo e durante l'Umanesimo, ci appare, attraverso questi solidi richiami, come un prodotto dell'attività culturale che si svolgeva nel golfo di Napoli, degno quindi di stare accanto alle Georgiche di Virgilio, nate, come l'autore medesimo confessa, dalla suggestione ideale della dolce Partenope.

Nel descrivere un concilio di fattucchiere (Epod. V 43), Orazio non sa trovare una sede più appropriata che Napoli e dintorni, e affibbia senz'altro alla città l'epiteto poco lusinghiero di «otiosa».

Questo evidentemente non vuol essere un elogio, né alludere agli otia filosofici della scuola di Sirone: il poeta ha voluto dire semplicemente «città di sfaccendati», e ha certo inteso alludere alla facile credulità d'un popolo che tutto prende per moneta contante.

Non tutti, peraltro, sono persuasi che Orazio, nel menzionare Napoli, intendesse considerarla come il luogo prescelto dalle streghe per il loro conciliabolo; è vero che, qualche verso prima, la maga Sagano sparge «Avernales aquas», cioè acque del lago d'Averno, ma poco più oltre (v. 100) compaiono gli uccellarci dell'Esquilino. Inoltre la maga numero uno, Canidia, viene identificata dall'antico commentatore Porfirione con una certa Gratidia, unguentaria napoletana, cosa che spiegherebbe l'improvviso e sorprendente richiamo topografico. Una cosa sola è evidente: più l'addentellato con Napoli risulta tenue, e più l'averla menzionata diventa grave, quasi che quell'opera volesse appunto dire «la vera patria dei perdigiorno di tutto il mondo greco-romano».

Pochi anni dopo, Virgilio chiudeva le Georgiche con due versi che, pur facendo leva sullo stesso vocabolo, otium, sono tanto dissimili dall'impennata oraziana (IV 563 s.):

illo Vergilium me tempore dulcis alebat

Parthenope, studiis florentem ignobilis oti.

«In quei tempi la dolce Partenope ospitava me

che fiorivo di entusiasmo per un otium poco nobile».

Qui otium significa certamente attività letteraria: la dolcezza di Partenope, forse dovuta al clima, forse alla cordialità degli abitanti, o forse al livello della sua tradizione culturale, aveva contribuito a orientare Virgilio verso la poesia dei campi. Perché poi tale otium dovesse parergli «ignobile», si può spiegare in due diverse maniere: o il poeta lo paragonava alla musa epica, quella dell'Eneide, di cui già presagiva la creazione, o pensava all'alto livello degli otia filosofici, cioè degli eletti incontri spirituali che si tenevano presso le scuole, come quella che era stata del suo maestro, Sirone epicureo. Che tale tradizione di otia intesi nel significato più nobile continuasse a fiorire a Napoli ancora una quarantina d'anni più tardi, durante i primi tempi della nostra era, lo possiamo arguire da un luogo dell'ultimo libro delle Metamorfosi d'Ovidio (vv. 708 ss.). Il poeta descrive il viaggio costiero d'una mitica nave, che, superato lo stretto di Messina, «punta su Leucosia e i roseti della tiepida Pesto, quindi sfiora Capri e il promontorio di Minerva e i colli che alimentano le vigne generose di Sorrento e Stabia e la città di Ercole e Partenope nata apposta per gli ozi, e, dopo di essa, i templi della Sibilla cumana».

Quel «Parthenopen in otia natam» che ha tutto l'aspetto d'una battuta umoristica, magari proprio ispirata all'otiosa Neapolis del poeta venosino, rispecchia invece senz'alcun dubbio quel clima e quella tradizione filosofico-letteraria di cui la greca Napoli, ormai anche sede ufficiale di solenni agoni e certami poetici, era, dopo Roma, la depositaria più degna. La città, con le sue bellezze naturali, la vita gaia e serena, l'amenità salutifera delle vicine terme e le periodiche manifestazioni di cultura e d'arte, era divenuta l'ambiente più idoneo per ricreare in un clima distensivo il corpo e lo spirito.

Tale consuetudine del resto aveva radici abbastanza profonde. Nell'orazione Pro C. Rabirio Postumo (26 s.), del 54 a.C, Cicerone vuol giustificare il suo cliente, che aveva smesso per qualche tempo la toga romana per indossare il mantello greco, citando il caso di tutti quei cittadini i quali, una volta giunti a Napoli, non si vergognavano neanche minimamente di dar luogo alla stessa mascherata. Oltre ad essere autentici cittadini romani, molti di costoro appartenevano all'aristocrazia, e non erano ragazzetti imberbi, ma addirittura senatori delle famiglie patrizie più elevate; e l'oratore precisa che tale contegno rilassato, tollerabile al massimo per chi trascorre le vacanze nelle proprie campagne, pure non dava nell'occhio, anzi passava inosservato per le vie di Napoli, città molto «illustre», o forse anche molto «frequentata». Infatti l'aggettivo «celeberrimus» si presta così all'una come all'altra interpretazione: e certo la Neapolis romana, inclusa in un perimetro tutt'altro che capiente, doveva trovar difficoltà ad accogliere, di primavera o d'estate, l'eccezionale afflusso dei nobili Quiriti. Ma tale periodica ondata di turismo era poi a sua volta dovuta alla celebritas, cioè alla rinomanza che la città era andata conquistandosi proprio perché adatta a trascorrervi una parentesi beata: Ovidio ha colto nel segno.

A Cicerone fa eco un noto brano di Strabone (V 4, 7) composto pochi decenni dopo da chi aveva avuto agio di frequentare Napoli e la Campania, osservandone con vigile acume la natura e i costumi: «Anche Napoli possiede sorgenti di acque calde e impianti balneari non inferiori a quelli di Baia, ma molto più ridotti di numero. A Baia infatti è venuta creandosi un'altra città, non più piccola di Pozzuoli, con edifici principeschi addossati gli uni agli altri. Prolungano in Napoli la maniera di vivere secondo l'uso greco quelli che da Roma vi si ritirano per cercarvi riposo: uomini che si son dati da fare nel campo delle lettere, ovvero anche d'altre categorie, che, vecchi o malati, sentono il bisogno d'una vita comoda e serena. Vi sono poi anche taluni Romani che, dilettandosi di questo tenor di vita, alla vista delle tante personalità che vi praticano la stessa indole di costumi, trovano piacevole il soggiorno e vi fissano la propria dimora».

Silio Italico, il poeta innamorato della Campania dove possedeva magnifiche ville e tesori d'arte, si compiaceva di descrivere (Puniche XII 27 ss.) la minacciosa resistenza opposta dai Napoletani alle armi d'Annibale: «La mite Partenope fu la prima a provare l'impeto dei suoi attacchi. Non era ricca di tesori, ma neppure difettava di gagliardia: il duce cartaginese, che aveva bisogno d'un sicuro approdo per le navi provenienti dalla sua patria, si sentì attirare dal suo porto. Oggi la città ospita molli costumanze e ozi cari alle Muse, e il suo tenor di vita è alieno da problemi più seri. Una delle Sirene, Partenope, figlia dell'Acheloo, diede alle sue mura — cosa memorabile — il proprio nome, e i canti di essa regnarono a lungo nel golfo, mentre intonava, a rovina dei miseri naviganti, una melodia dolce, capace di dare morte tra i flutti». Lasciando da parte il seguito, dove il poeta descrive la pioggia di fuoco e la tempesta di frecce che dalle mura napoletane si riversano sul nemico, ci piace sottolineare che Silio è contemporaneo di Stazio e che le parole con le quali i due poeti descrivono il tenor di vita della Napoli dei tempi di Domiziano dicono precisamente lo stesso: i «molles ritus» trovano eco nella «numquam turbata quies», la riluttanza per le «curae graviores» si spiega per la serenità in cui la vita pubblica si svolge («nulla foro rabies aut strictae in iurgia leges»), e soprattutto lo stesso plurale «otia» condensa la nota saliente del clima umano di Partenope, salvo che l'ospitalità concessa di frequente alle Muse (Silio) aggiunge una chiara allusione al ricorrere degli Augustali. Quanto poi alla descrizione del canto della Sirena, che richiama facilmente i versi di Dante (Purg. XIX 19-21):

lo son, cantava, io son dolce Sirena,

che i marinari in mezzo al mar dismago,

sì son di piacere a sentir piena,

è chiaro ch'essa, per Silio, simboleggiava tutta una tradizione canora e poetica, viva ai suoi tempi come sempre, fino ai nostri giorni.

La tradizione dell'otium intellettuale viene confermata e come nobilitata in più d'un autore nel periodo argenteo. Marziale, nell'invitare l'amico Turanio a una gustosa cenetta (V 78), non dimentica, tra le tante specialità di legumi, ortaggi e frutta, «le castagne arrostite a fuoco lento, raccolte nei campi della docta Neapolis» (vv. 14 s.). Sembrerà forse strana la presenza d'un epiteto del genere in un brano di contenuto gastronomico: più ancora sorprende la docta Parthenope, irrigata dalle acque del Sebeto, inclusa in una lunga serie di località campane che producono cavoli (l'antica Cuma dal lido erboso, le terre dei Marrucini, Segni col monte Lepino, la pingue Capua, gli orti delle Forche Caudine, Stabia celebre per le fonti, le campagne del Vesuvio, la dolce palude pompeiana con le vicine saline di Ercole, il Sele dalla vitrea corrente ecc.). L'autore è Columella, scrittore di cose agricole vissuto ai tempi di Nerone (X 127 ss.); le due testimonianze sono all'incirca contemporanee ed attestano, per l'indole assai poco intellettuale del loro contenuto, la banalizzazione dell'aggettivo «doctus» ovunque si parlasse di Napoli.

Può darsi che a diffondere quest'epiteto, oltre la ricorrenza periodica degli Augustali, contribuisse la presenza canora di Nerone, ampiamente documentata da Svetonio (Ner. 20); comunque vien fatto di pensare assai più a spettacoli o a manifestazioni poetiche capaci di far effetto sul grosso pubblico, anziché al sopravvivere della tradizione filosofica severa e riservata di cui abbiamo preso conoscenza durante l'ambito cronologico che s'aggira tra la maturità di Cicerone e la giovinezza di Virgilio.

La prova più certa di questo nuovo indirizzo — meno nobile ma più spettacolare — della cultura napoletana durante la prima età imperiale si desume da Seneca, nell'epistola a Lucilio, dove parla delle sue visite al filosofo stoico Metronatte: « Per andare a casa di Metronatte, come sai, bisogna oltrepassare lo stesso teatro dei Napoletani (lungo l'asse dell'attuale via Sapienza). Quello è sempre colmo, e con grande impegno si giudica chi sia un valente suonator di flauto; anche intorno al tibicine greco e al banditore si fa la folla, mentre pochissimi si trovano seduti in quel luogo in cui s'indaga sull'uomo virtuoso e dove s'impara ad essere tali; e costoro alla moltitudine sembrano non aver nulla di buono da fare, e son chiamati inetti e perdigiorno » (76, 4).

Questa testimonianza è preziosa in un senso e nell'altro: documenta la decadenza, forse accentuata dal tono amaro con cui Seneca la pone in risalto, di quei convegni filosofici presso autorevoli rappresentanti delle varie scuole, ch'erano stati un privilegio della Napoli dei tempi di Cicerone e di Virgilio, e insieme attesta l'interesse per le esibizioni musicali; una nota questa che sopravvive nei secoli, così come perdura l'abitudine degli sfaccendati a fare campanello intorno ai banditori, val quanto dire ai venditori ambulanti.

Roberto Andria


 

Home Su Il Gatteschi I manoscritti Il teatro antico La Campania in... Il trucco Il lavoro Salari e prezzi S. Antonio Abate Il Pio Monte della M. La q. meridionale Mens sana in... Droghe & ... Trent'anni... Sport...sport... Il Napoli del '67 Napoli Cartografia antica La medicina La propaganda el. Gare dell'antichità Le navi Le ville di Plinio Le case di Cicerone Napoli e Stazio Cercando il Sole

Ultimo aggiornamento:  13-08-10