
Alla trattazione della Campania Strabone
dedica ben tredici pagine, computate secondo l'edizione
teubneriana del Meineke: un numero tutt'altro che esiguo, se
si considera che in altrettante pagine si trova descritta
un'estensione del nostro paese pressapoco decupla: Etruria
fino a Fregene, Umbria, litorale adriatico da Rimini alla
foce dell'Esino, Corsica e Sardegna, e che non più di
diciassette ne occupa la Sicilia, una tra le pietre angolari
della civiltà, della storia e della cultura greca.
Affinché questi paragoni spaziali
acquistino maggiore risalto, cominciamo col ricordare che la
Campania di Strabone era inclusa in limiti assai più angusti
rispetto all'attuale regione italiana dallo stesso nome.
Essa risultava della fascia costiera che da Sinuessa
(vicinanze dell'odierna Mondragone) s'inoltra, superato il
golfo di Napoli, sino alla foce del Sele: ne restavano
dunque esclusi dalla parte N - O il tratto di litorale
prospicente a Sessa Aurunca, e a S - E la maggior parte
della provincia di Salerno. Passando al retroterra, bisogna
ricordare che appartenevano al Sannio l'alta valle del
Volturno, il Beneventano e l'Irpinia. La Campania antica
comprendeva dunque l'odierna Terra di Lavoro, il golfo di
Napoli, il Nolano e la limitata estensione che va dai monti
Picentini al litorale della piana di Salerno.
Parlando di questo territorio Strabone,
com'è sua consuetudine, non si limita a fornire i lineamenti
fisici e i principali ragguagli sulle condizioni della vita
umana; facendo a ritroso le essenziali tappe del cammino
della storia, egli illustra l'origine dei singoli popoli,
tien conto delle dominazioni succedutesi nelle varie zone
attraverso il volger dei secoli, e non manca di riferire
perfino i principali miti connessi con la natura e con le
vicende dei più remoti abitatori.
Mettendo decisamente da parte, per
suggestivi e interessanti che siano, codesti rilievi
storico-letterari delle pagine prese in esame, mi limiterò a
sottolineare quei dati e quei ragguagli tanto fisici che
antropici che, a mio giudizio, meglio s'adeguano ai fini
dello studioso di geografia storica, in quanto ci presentano
i diversi aspetti d'uno stesso luogo attraverso le mutevoli
vicende del tempo.
Impostata così la ricerca, ecco
profilarsi una pregiudiziale di grande importanza: essa
investe, com'è ovvio, il metodo di lavoro dell'antico
geografo. Fino a che punto Strabone, nel trattare della
Campania, poteva descrivere cose viste, e dove invece si
limitava a ripetere quanto trovava già sistematicamente
organizzato nelle sue fonti? Per quanto nulla trapeli in
modo esplicito dalle sue parole, riesce ovvio postulare
ch'egli avesse visitato il golfo di Napoli e le sue
adiacenze, luoghi non solo vicini a Roma, dove certo
Strabone trascorse molto tempo della sua vita, ma anche tra
i più celebri e frequentati del mondo antico proprio in quei
decenni che segnarono la fine della repubblica e il
principio dell'impero. Napoli, ad esempio, era una città
altamente intellettuale: le vicende della vita di Virgilio
ne danno ampia documentazione. Strabone stesso, dove
riferisce di coloro che vi andavano a soggiornare per
evadere dalla vita romana, pone in prima linea gli uomini
dediti ad attività culturale, ed è molto probabile parlasse
così perché sentiva di appartenere alla loro categoria. Ma
c'è di più: tra i non molti luoghi della terra enumerati nel
primo libro, figurano un'accuratissima descrizione della
Punta della Campanella, la menzione di Napoli e della tomba
della Sirena Partenope, nonché un sommario ragguaglio delle
principali località dei campi Flegrei, tra cui non sorprende
di trovare il Vesuvio: Strabone infatti, nell’associarlo a
Cuma, a Pozzuoli, al Fusaro e all'Averno, aveva certo di
mira non l'esatta determinazione dei luoghi, ma il punto
saliente che li accomunava e li accomuna, voglio dire la
natura vulcanica.
Tuttavia, per buon conoscitore che fosse
della Campania e più particolarmente del golfo di Napoli,
Strabone seguiva con diligenza una fonte perpetua, voglio
dire gli undici libri geografici composti verso il 100 a.C.
da Artemidoro di Efeso. Il nostro lo nomina ben cinquanta
volte, cinque delle quali proprio nel corso dei libri V e
VI. Inoltre la descrizione delle coste campane equivale a
due capitoli dell'opera del naturalista Plinio, e questi non
manca di citare Artemidoro proprio come una delle sue
principali fonti geografiche.
Da quanto son venuto rilevando, è facile
dunque arguire la diligenza con cui passo passo va distinto
e separato ciò ch'è artemidoreo e quindi precede d'un secolo
l'inizio della nostra èra da ciò ch'è straboniano e perciò
appartiene all'ultimo ventennio dell'impero di Augusto. Ove
poi si consideri che anche Artemidoro ebbe le sue fonti, e
che l'opera storica di Timeo di Taormina (350-250 circa
a.C.) costituiva per lui una miniera anche geografica ed
etnografica, bisognerà star ben cauti al cospetto di una
veramente complessa stratificazione di dati, pur tutti degni
di studio in quanto ci lasciano intravedere quel poco che
resta dei più antichi tentativi di tracciare una geografia
del nostro paese.
Dopo il paragrafo introduttivo (4,3), in
cui Strabone accenna alla questione dibattutissima e forse
insolubile degli Ausoni e degli Opici-Osci e celebra con
parole famose la feracità del suolo campano, riferendosi
tanto ai cereali che alle specialità vinicole, comincia la
descrizione del litorale a partire da Sinuessa. Il geografo
menziona Literno con la tomba di Scipione Africano Maggiore,
e specifica: accanto alla città passa un fiume dallo
stesso nome. Si tratta evidentemente del Clanius,
l'antico fiume che bagnava le campagne d'Acerra e sboccava a
mare nei pressi del lago di Patria; canalizzato dai Borboni,
reca oggi il nome di Regi Lagni. Glanis lo chiama Licofrone,
nel suo poema composto poco dopo il 295 a.C, ispirandosi
certo a Timeo; fiume di Cuma lo denomina
impropriamente Stefano Bizantino; non è da escludere che
Strabone, magari attraverso Artemidoro, calchi qui le orme
di Timeo. La coincidenza del nome di Literno città col nome
del fiume che le passa accanto suggerisce a Strabone quella
tra il Volturno fiume e la città omonima sulle sue rive:
l'ordine, poiché la trattazione procedere da N - O, risulta
invertito, tanto vero che dalla descrizione del corso del
Volturno si passa senz'altro a parlare di Cuma.
Ed ecco ormai che il racconto si fa assai
più vivo e circostanziato; Strabone descrive luoghi di cui
ha diretta conoscenza: il litorale vicino alla città è
scoglioso ed esposto, e vi si fa ottima pesca di grossi
pesci; in questo golfo v'è anche una boscaglia cespugliosa
per l'estensione di parecchi stadi, sabbiosa e priva di
acqua, che chiamano selva Gallinaria. Colà i navarchi di
Sesto Pompeo radunarono le proprie soldataglie piratesche,
allorché questi fece ribellare la Sicilia (V 4, 4). La
cosiddetta guerra siciliana si chiuse col 36 a. C: siamo
dunque certi che Strabone descriveva i luoghi com'erano ai
suoi tempi, attingendo da notizie di contemporanei, e forse
anche riferendosi a esperienze personali.
Lo stesso si può dire della descrizione
delle coste da Cuma a Pozzuoli, vero modello di precisione
topografica. Tra Cuma e Miseno, la palude Acherusia, che
Strabone chiama emanazione paludosa del mare, e con
cui allude certo al lago Fusaro. Che la sua fonte non sia
qui Artemidoro, si desume benissimo, come ha osservato il
Beloch, da un'osservazione successiva: il nome di palude
Acherusia era dato da altri al lago Lucrino, da Artemidoro
al lago d'Averno. Si vede che nel corso d'un secolo
l'onomastica leggendaria dei luoghi aveva subito modifiche:
è importante rilevare che Plinio, pur attingendo di norma da
Artemidoro, questa volta concorda col nostro.
Doppiato il capo Miseno, Strabone ricorda
uno stagno proprio sotto la vetta: gli editori dai
tempi del Cluverio correggono stagno in porto,
ma io esito a seguirli, pensando alla distesa d'acqua che
oggi chiamano Mare Morto. Mi limito ad osservare che, quando
Strabone scriveva queste righe, certo Augusto non aveva
ancora fatto di Miseno il gran porto militare di cui ci
attestano Svetonio, Tacito, ecc.
Al capo succede l'insenatura di Baia, di
cui Strabone sottolinea la tipica forma sinuosa e menziona
le terme; segue a questo punto la trattazione del Lucrino e
dell'Averno, che comporta una serie di divagazioni mitiche e
di reminiscenze letterarie. Mi asterrò, in questa sede, dal
discutere l'evoluzione delle leggende relative secondo
Eforo, Timeo, Artemidoro, anche perché una diligente ricerca
in proposito fu già condotta dal Beloch, dallo Steinbruck e
da altri; vale invece la pena di porre qui di seguito i vari
accenni descrittivi, che Strabone ha certo attinti dalle
proprie esperienze personali e che sono questi: A Baia è
vicino il golfo di Lucrino e nell'interno di questo
l'Averno, che forma una penisola prolungatesi fino al Miseno,
a partire dal tratto di terra compreso fra esso e Cuma: non
resta infatti che un istmo di pochi stadi lungo la galleria
verso Cuma stessa e il mare prospiciente... l'Averno è
un'insenatura profonda dall'imboccatura ristretta, avente
l'ampiezza e la natura d'un porto, ma di porto non consente
l'impiego, poiché gli sta davanti il golfo di Lucrino,
esteso e poco profondo. L'Averno poi è cinto da ciglioni a
strapiombo che gl'incombono da tutte le parti fuorché
all'imboccatura e che attualmente sono lavorati a colture,
ma prima erano rivestiti d'una selva selvaggia e
inaccessibile per la grandezza degli alberi, in modo da
ombreggiare il golfo e favorire la superstizione... ora
peraltro che la selva intorno all'Averno è stata recisa da
Agrippa e nei luoghi si sono costruiti edifici e dall'Averno
è stata scavata una galleria sino a Cuma, tutte quelle
narrazioni sono risultate fole; Coc-ceio poi fece quella
galleria attenendosi in qualche modo al racconto suddetto
circa i Cimmeri, forse perché riteneva che le vie in
galleria costituissero una tradizione atavica in quei luoghi
(V 4,5). Il golfo Lucrino s'estende poi fino a Baia,
diviso dal mare esterno mercè un argine lungo otto stadi e
largo quanto un'ampia carreggiata, che dicono fosse
ammonticchiato da Ercole quando conduceva i buoi di Gerione;
poiché peraltro durante le tempeste si copriva di acqua sì
da non poter essere facilmente praticato, Agrippa lo fece
più alto. Ha un'imboccatura adatta a navi leggere, ma non è
buono da ormeggiar visi, mentre procura una pesca
ricchissima di ostriche... viene quindi il litorale di
Dicearchia e la città stessa di questo nome, che fu in
origine un approdo dei Cumani, costruito sopra un
ciglione... (V 4,6).
Dopo le solite divagazioni
storico-mitiche, Strabone passa quindi a sottolineare
l'importanza di Pozzuoli come porto commerciale, e accenna
ai requisiti edilizi della pozzolana, che rende possibile la
costruzione di ormeggi artificiali, coi quali le spiagge
aperte si trasformano in golfi; conclude quindi il paragrafo
con queste parole: subito sopra la città si trova la
piazza di Efesto, una spianata cinta da ciglioni vulcanici,
con frequenti bocche infocate e alquanto fragorose; la
pianura è piena di fiori di zolfo.
In tutta la descrizione da Baia a Puteoli
si risente una diretta conoscenza dei luoghi, aggiornati
alle condizioni in cui si trovavano quando Strabone vi fu.
L'aver messo in rilievo l'istmo tra Cuma e l'Averno si
giustifica solo in quanto rispondeva al tracciato
sotterraneo del cunicolo eseguito da Cocceio per ordine di
Agrippa: esso era ancora praticabile prima dell'ultima
guerra, quando uno scoppio di munizioni lo ridusse in
pessime condizioni. Opera di Agrippa era pure il
disboscamento, che aveva spogliato i luoghi della loro
originaria sacertà; Stradone ironizza sulla simpatia di
Cocceio per i cunicoli, quasi che avesse voluto emulare gli
antichi Cimieri della zona, abitatori di case sotterranee.
Quanto all'altro lavoro di Agrippa, quello inteso a
preservare dai marosi l'argine tra il Lucrino ed il mare,
noto il contrasto palese tra la descrizione di Strabone e il
verso properziano Qua iacet Herculeis semita litoribus
(I 11,2): semita significa stradina, viottolo che
è ben altra cosa rispetto all'ampia carreggiata cui allude
Strabone. Il carme di Properzio appartiene a un libro
pubblicato non prima del 28 a. C, ma certo dopo il 37,
l'anno in cui Ottaviano fece costruire in onore di Cesare il
Portus Julius, congiungendo l'Averno al Lucrino ed
entrambi al mare. Di questi lavori parla Virgilio (Georg. II
161 sgg.), ne tace Stradone, ma io credo di cogliere nelle
sue parole qualche richiamo sottinteso: perché dichiarare
che l'Averno, malgrado la forma e l'ampiezza idonea, non si
prestava a far da porto per colpa del Lucrino, e che questo
non è buono da ormeggiarvisi, ma serve piuttosto da vivaio?
Evidentemente il Portus Julius ebbe poca fortuna:
dopo qualche tempo anzi Agrippa stesso volle consolidare lo
sbarramento laterale dalla parte del mare aperto,
trasformando la semita, cui alludeva ancora Properzio,
in una strada ampia e comoda, che facilitasse il traffico
tra Baia e Pozzuoli. A migliorare e semplificare la stessa
viabilità mirava naturalmente anche la galleria scavata pure
in quegli anni da Cocceio nella collina di Posillipo.
Aggiungiamo ancora due rilievi non privi
d'interesse. Gli otto stadi della via di Ercole possono
sembrare molti a chi consideri oggi la lunghezza del tratto
di strada che costeggia il Lucrino: bisogna tuttavia tener
conto delle conseguenze della famosa eruzione del 1538, che
fece sorgere di fianco al lago la collinetta del Monte
Nuovo. Infine è stato notato dal Beloch che la coltura delle
ostriche fu introdotta nel Lucrino un po' prima della guerra
sociale e che la relativa notizia può essere ereditata
dall'opera geografica di Artemidoro. Non ho nulla da
eccepire di fronte all'esplicita testimonianza di Plinio (IX
54,168); ritengo tuttavia del tutto inutile, fra tanti
particolari collegati a esperienze dirette del nostro, voler
ricondurre a consultazione di fonti proprio il più ovvio e
banale.
Ed eccoci alla descrizione di Napoli. Il
Beloch fa notare la somiglianza tra il modo come Strabone
presenta la storia della città e quello con cui lo stesso ci
parla di Cuma, e pensa, come al solito, ad Artemidoro.
Indubbiamente due città greche così importanti e ricche di
vicende avevano già attirato da epoca remotissima
l'interesse degli scrittori. Per esempio l'imbarbarimento di
Cuma ad opera dei Campani circostanti, che avevano
assoggettato malamente gli abitanti della città e s'erano
congiunti con le donne greche risale ad un'epoca per lo meno
anteriore a Timeo; l'immigrazione degli stessi Campani tra
le mura di Napoli, provocata da lotte interne e il graduale
infiltrarsi dei loro nomi nelle liste dei demarchi prima
tutti greci e poi greci e oschi appartengono certo al
periodo che tenne dietro all'invasione della Campania da
parte dei Sanniti; inoltre la notizia sulla tomba della
sirena Partenope e sull'agone ginnico in suo onore derivano
certamente da Timeo, di cui abbiamo un sunto presso Tzetze a
Licofrone: Timeo dice che il navarco ateniese Diotimo,
giunto a Napoli, sacrificò a Partenope secondo un vaticinio
e istituì una corsa di fiaccole, per cui ancor oggi l'agone
con le fiaccole ha luogo presso i Napoletani (fr. 98 Iac).
Eppure anche il paragrafo straboniano relativo a Napoli
lascia cogliere vari elementi ed aspetti che svelano
l'immediata partecipazione dello scrittore: Dopo
Dicear-chia viene Napoli... colà sopravvivono molte tracce
di cultura greca, ginnasi, collegi d'efebi, associazioni e
nomi greci, sebbene in sostanza si tratti di Romani. Proprio
ora si celebra presso di essi il sacro agone quinquennale,
musico e ginnico, per diversi giorni, degno di stare al pari
coi più famosi della Grecia. Vi è colà anche una galleria
scavata nella montagna tra Pozzuoli e Napoli come quella che
mena a Cuma, e vi si apre una via praticabile a carri nelle
due direzioni opposte per parecchi stadi. E la luce dalla
superficie del monte filtra fino a grande profondità,
essendo state tagliate in molti punti delle lustriere.
Napoli possiede sorgenti d'acque calde e stabilimenti di
bagni non inferiori a Baia, ma molto minori per numero: colà
infatti, a forza di costruire ville su ville, che sono
autentiche regge, è andata formandosi un'altra città, grande
quasi quanto Pozzuoli. A Napoli poi fanno continuare la
maniera di vivere greca quelli che vi riparano da Roma per
stare tranquilli: uomini dediti alla cultura ovvero anche
altri che vogliono vivere in pace perché vecchi o malati; e
taluni Romani che si compiacciono d'un tal genere di vita,
vedendo la folla di coloro che vi dimorano secondo lo stesso
modo dì vivere, s'affezionano al luogo e finiscono col
rimanervi (V 4,7). Il quadro non potrebb'essere più vivo
e più completo: si sa benissimo che, pur atteggiandosi a
Greci nei costumi — palestre, collegi, associazioni e fin
nomi propri — gli abitanti della città sono in gran parte
immigrati provvisori dall'Urbe: li chiamano a Napoli l'alto
tono di vita intellettuale, l'attrattiva delle terme, un
bisogno d'evasione e di distensione. Strabone parla certo
per esperienza propria, un'esperienza che fu comune a
Cicerone, a Virgilio, a quasi tutte le personalità più in
vista d'allora. Ma sopra tutti questi ragguagli la nostra
attenzione è polarizzata dalla descrizione della grotta. Il
paragone con la grotta di Cuma si trova ripetuto due volte:
prima a p. 337 1. 6, poi a p. 338 1. 29. Il primo luogo ha
tutta l'apparenza d'una nota entrata nel testo: essa
tuttavia, anche se non di Strabone, ci riesce ugualmente
preziosa, in quanto assicura che pure il cunicolo tra
Pozzuoli e Napoli fu opera di Cocceio. Questo doveva
apparire come un prodigio d'ingegneria, sia per l'ampiezza,
sia per la illuminazione attraverso profonde feritoie. Altro
particolare di molto rilievo è infine il breve ma
efficacissimo schizzo di Baia; lo troviamo fuori posto, in
quanto inserito nella descrizione di Napoli, ma
evidentemente le solite fonti non potevano dare notizia
d'una località venuta di moda soltanto in quegli anni.
Strabone invece non poteva mancare di parlarne, e chi ha
visto coi suoi occhi lo spettacolo solenne degli scavi
recenti, che presentano un digradare di superbe rovine lungo
il pendio collinoso, corre subito colla mente alle ville
principesche addossate le une alle altre in una gara di
grandiosità e di sfarzo che pei felici abitanti di Baia
costituivano lo spettacolo di tutti i giorni.
Di Ercolano Strabone ci parla come d'una
fortezza con uno sprone proteso nel mare e ben ventilato dal
Libeccio (V 4,8): il litorale oggi non consente
identificazioni possibili, ma non è difficile immaginare che
la cittadina, vista dal mare, si presentasse allora con una
prominenza di edifici costieri, tali da rispondere a questi
tratti descrittivi. Seguono Pompei, Nola, Nocera e Acerra, e
la famosa descrizione del Vesuvio, che certo deriva di
Timeo. Banali notizie tratte da un periplo, probabilmente da
Artemidoro, sono quelle relative a Sorrento e alla punta
della Campanella: ma ecco, a conclusione delle pagine
destinate al cratere, cioè alla coppa inclusa tra i due
promontori, il Miseno e l'Ateneo, un altro felicissimo
sprazzo di luce: il cratere è completamente costellato
dalle città che abbiamo dette, nonché da ville e da
giardini, e queste e quelli, trovandosi frammezzo l'una di
seguito all'altro, porgono l'aspetto d'una sola città (V
4, 8).
Nel racconto che segue si possono
distinguere tre nuclei: Ischia e Capri, retroterra campano,
coste del golfo di Salerno.
Non entro in merito circa la
colonizzazione greca della prima isola e i fenomeni di
natura vulcanica che più volte l'avrebbero fatta abbandonare
dagli abitanti. Strabone non ha certo trascurato d'attingere
alle sue solite fonti greche, in primo luogo a Timeo, eppure
egli non manca di riferirci, anche questa volta, una notizia
dei suoi tempi, un dato del più alto interesse: Capri in
origine aveva due villaggi, in seguito uno solo. I
Napoletani l'occuparono; più tardi però riebbero sì Pitecuse,
che avevano perduta in guerra, per concessione di Augusto,
ma questi volle Capri come suo possesso privato e vi fece
edifici (V 4,9). Cominciarono così le vicende mondane
dell’isoletta, che dovevano essere immortalate dal lungo e
misterioso soggiorno di Tiberio.
Quanto al retroterra campano, Strabone
diventa conciso, se non addirittura sommario: i luoghi sono
meno celebri, meno abbondanti di notizie i testi da cui
poteva attingere. Oltre Capua, della quale riporta una
etimologia diffusa certo dall'annalistica romana, facendola
derivare da caput, il geografo nomina ancora Teano,
Casilino (l'odierna Capua) nonché Cale, Suessula, Atella,
Nola, Nocera, Acer-ra e Avella. La concisione è tale, che
nulla possiamo congetturare circa le condizioni di sviluppo
e di floridezza di queste cittadine. Di Nocera ad esempio
sappiamo da Floro che era stata distrutta l’89 da Papio
Mutilo e rovinata ancora nel 73 durante la guerra servile;
ma ciò non basta per desumere dal silenzio di Strabone che
tali avvenimenti non fossero ancora registrati dalla sua
fonte perché posteriori ad essa e che quindi il nostro
avesse attinto anche questo luogo da Artemidoro: il
ragionamento dello Steinbruck mi pare infondato.
Venendo infine alle coste del golfo di
Salerno, Strabone si sofferma parecchio sui Picenti,
trasferiti colà per iniziativa romana dalle coste
dell'Adriatico, e sulla loro metropoli Picenzia, distrutta
poi dai Romani stessi per punirne gli abitanti della
connivenza con Annibale, ma assai poco ci dice dei luoghi:
nomina il seno pestano, ubica Marcina nel bel mezzo tra le
Sirenusse e Posidonia e specifica che l'istmo da Marcina a
Pompei attraverso Nocera non supera i 120 stadi; da ultimo
nomina Salerno, fortificata dai Romani, non proprio sul
mare, ma a poca distanza da esso (V 4,13).
Pur riconoscendo col Beloch che Strabone,
nel capitolo sulla Campania, abbia fatto largo uso di fonti
geografiche e storiche, non ci sentiamo tuttavia di
sottoscrivere il suo severo giudizio: «Strabone non è né
più, né meno di un compilatore, e diciamolo pure, un
compilatore poco abile». Le pagine che siamo andati
illustrando presentano molte osservazioni dirette dello
scrittore, molte vivaci impressioni di viaggio; lo prova la
stessa superficialità sciatta e sommaria con cui egli passa
invece in rassegna le parti del retroterra, di cui certo non
aveva personale esperienza.
La descrizione del cratere, cioè del
golfo meraviglioso di Napoli, incorniciato tra le arcane
bellezze dei campi Flegrei e la mole gigantesca del Vesuvio
resta invece a documentare nei millenni il profondo spirito
d'osservazione e il vigore descrittivo d'un grande geografo.

Altro insigne rappresentante
dell'epicureismo in Campania fu Sirone, un maestro austero e
dignitoso, dotato di facoltà così pure da poter fare breccia
nell'animo di Virgilio! Le notizie che abbiamo di lui sono
infatti quasi totalmente collegate col soggiorno napoletano
del poeta di Mantova. Forse un po' più anziano di Filodemo,
Sirone dimorò e tenne scuola a Napoli, lungo la via per
Pozzuoli, ai piedi della collina di Posillipo. Assai
probabile, tra le tante supposizioni contrastanti, mi pare
la tesi del Rostagni, il quale riconosce la ex-villa di
Sirone nella località della tomba stessa di Virgilio, che
era, per testimonianza del suo biografo Donato, sulla via
Puteolana, entro la seconda pietra miliare. Come non
identificare il nome, già etimologicamente euforico, di
Pausilypon, «luogo dove cessano gli affanni», con la
fuga dal dolore, canone fondamentale del pensiero epicureo?
E come immaginare una natura più ridente di quella del
promontorio dal lieve pendio, rivestito di floride vigne e
digradante verso il mare per bearsi della vista del Vesuvio,
della penisola sorrentina e delle isole del golfo? Era certo
questo il fascino del piccolo podere di Sirone, una villa
con annesso campicello che poteva dare, in miniatura, l'idea
del «giardino» di Epicuro in Atene.
Che Virgilio fosse a scuola da Sirone e
da lui apprendesse i canoni del pensiero epicureo ce
l'assicurano la vita di Donato (68 R.), quella di Probo ( 10
p. 73 B), Servio (Ad Ed. VI 13 e Ad Aen. VI
264) e infine lo scolio veronese Ad Ed. VI 10. Queste
medesime testimonianze fanno anche i nomi di Vario Rufo,
Plozio Tucca e Quintilio Varo, tre poeti legati al Mantovano
da un'affettuosa consuetudine di vita. Stando infatti a
Probo, Virgilio «menò per più anni un ozio liberale,
seguendo la scuola di Epicuro e vivendo in un'esemplare
concordia e familiarità con Quintilio, Tucca e Vario». Gli
stessi componenti di questo piccolo cenacolo d'intellettuali
e di poeti riappaiono in due papiri ercolanesi, contenenti
trattati di Filodemo sull'adulazione (pap. 1082, 12) e sulla
avarizia (pap. 253, 12).
Che Filodemo s'incontrasse con gli amici
e scolari di Sirone e che i reciproci convegni si
risolvessero in discussioni filosofiche, lo apprendiamo da
altro papiro ercolanese (319, I 4, 11. 5 ss.): «parve bene
far viaggio con noi alla volta di Napoli dal nostro Sirone e
presso il sodalizio che vive colà intorno a lui, e animare
conversazioni filosofiche, e tenere più assiduamente
soggiorni di studio in Ercolano...».
Di tali conversazioni o diatribe (i
papiri usano il termine greco tradotto in otia, una
occupazione tutt'altro che disdicevole alla otiosa
Neapolis), fanno appunto parte i due trattati suddetti:
Filodemo rivolge la parola a quattro persone di seguito,
quattro vocativi di cui Vario e Quintilio si leggono per
esteso; il nome di Virgilio è quasi certo; l'incertezza più
assoluta permane invece sulla prima metà del quarto nome.
Fissare la data di questi incontri
napoletani ed ercolanesi è cosa che si può facilmente. Siamo
prima della morte di Sirone, avvenuta il 43 a. C. Proprio in
quell'anno Vario, suggestionato forse dallo scritto di
Filodemo sulla morte, riceveva l'ispirazione per un poema
De morte, in cui, come ha dimostrato il Rostagni,
bollava con allusioni roventi il triumviro M. Antonio; è
facile dunque supporre che gli scambi di rapporti
intellettuali tra Filodemo e il sodalizio di Posillipo
s'intensificassero tra l'uccisione di Cesare e la battaglia
di Filippi: una volta morto Sirone, Filodemo stesso, ormai
vecchio e onorato, diveniva naturalmente la più alta
autorità dell'epicureismo nel golfo di Napoli e doveva
determinare un notevole ascendente non solo su Virgilio, ma
anche su Orazio.
Per Virgilio il passaggio da Roma a
Napoli significò il passaggio dall'eloquenza alla filosofia.
Le scuole retoriche frequentate dal giovane mantovano prima
a Cremona e a Milano, poi a Roma, non avevano appagato la
sete del suo animo: pedanteria e paroloni vacui non potevano
generare che insofferenza e fastidio in un cuore aperto ai
più puri ideali del bello e del bene. Fu forse Lucrezio che,
con la sua Musa ispirata, gettò il primo seme della
meditazione nell'animo del giovane poeta, e lo trasse ai
templi sereni della Sapienza, indirizzandolo a Napoli, alla
scuola di Sirone, «in quell'ambiente di pace, di astrazione
e di indifferenza per la vita pubblica, dal quale
sorgeranno, dopo alcuni anni di elaborazione, le
Bucoliche».
La partenza per Napoli trova espressione
poetica nel quinto carme dei Catalepton, che oggi
sono universalmente riconosciuti opera genuina di Virgilio:
«Via di qui, via, vuote ampollosità degli oratori, parole
roboanti di non attico rimbombo e voi, Selio, Tarquizio,
Varrone, genia scolastica madida di grasso; via di qui,
vuoti tamburi alle orecchie dei giovani. A te pure, o Sesto
Sabino, pensiero dei miei pensieri, dico addio; addio, miei
belli! Noi dirigiamo le vele verso i porti della felicità,
cercando i dotti insegnamenti del grande Sirone, e
riscatteremo la vita da qualsiasi affanno. Allontanatevi, o
Muse, voi pure alfine allontanatevi, dolci Muse (se infatti
vogliamo dire la verità, non fummo insensibili alla vostra
dolcezza); e tuttavia tornate a visitare le nostre carte, ma
discretamente e solo di rado».
I beati porti sono la meta del sistema
epicureo, che mira essenzialmente al piacere, ma l'immagine,
nella sua plasticità, richiama certo gli approdi del golfo
di Napoli, anzi della collina di Posillipo, il cui nome
stesso sembra parafrasato nel verso «vitamque ab omnì
vindicabimus cura».
La data esatta del passaggio di Virgilio
a Napoli si può collocare tra il 48 e il 47 a. C. Furono
lunghi e gradevoli soggiorni, interrotti in principio da
permanenze a Roma o nel Mantovano, e poi sempre più assidui,
dopo che la spartizione delle terre ai veterani di Filippi
segnò anche per Virgilio la perdita della casa paterna e del
podere avito. Queste dolorose vicende, che seguirono di
pochi mesi — al massimo d'un anno — la morte di Sirone,
affiorano, con accorato rimpianto, nel carme ottavo degli
stessi Catalepton: «O villetta, ch'eri di Sirone, o
povero campicello, che pure, per un padrone come lui,
rappresentasti ugualmente una ricchezza, affido a te me
stesso e insieme questi miei congiunti che ho sempre amati,
se mai nuove più tristi udrò della mia patria, e prima di
tutti mio padre. Tu ora sarai per lui quel ch'era stata
Mantova e prima ancora Cremona».
Il piccolo podere di Sirone, modesta
realizzazione partenopea del «giardino» ateniese d'Epicuro,
era ormai, dopo la morte del primo proprietario, la sola
cosa di cui Virgilio — non sappiamo se erede o acquirente —
potesse disporre. Il poeta vi trascorse la maggior parte
della sua vita, ed ebbe l'estremo riposo tra le memorie di
quella ch'era stata la scuola epicurea di Napoli. Si pensi
al nome tradizionale di «schola Vergili», rimasta
attraverso i secoli a designare i ruderi romani presso la
punta del capo di Posillipo, lungo la marina della Gaiola.
Il legame spirituale col maestro
scomparso e l'interesse per la filosofia di Epicuro sono
ancora vivi nella sesta Bucolica, composta intorno al
40 a. C. Essa contiene una cosmogonia, ispirata dal quinto
libro del poema di Lucrezio e messa sulla bocca di un mitico
dio dei campi, Sileno. Gli scoliasti, e in particolare
Servio (Ad Ecl. VI 10), asseriscono che sotto questo
nome Virgilio intendeva per l'appunto raffigurare Sirone.
Epicurei sono sensi e concetti del discorso che Sileno
esprime, ma la durezza materialistica, insita nel gioco
degli atomi, appare vivificata da un ameno senso di
leggenda. Il discorso ha fondamenti filosofici, ma chi lo
pronunzia, Sirone o Sileno che sia, è mosso da una piacevole
condizione d'ebbrezza. Siamo ad una nuova fase
dell'evoluzione spirituale virgiliana: la meditazione
filosofica comincia ad attenuarsi fino a rappresentare un
ricordo degli anni giovanili, una patetica rievocazione dei
giorni felici, trascorsi dinanzi al mare di Napoli, alla
scuola d'un maestro mite ed umano, che aveva saputo
alleviare con la panacea del pensiero di Epicuro l'innata
tristezza del suo più grande discepolo.

Così profondamente diverso da Virgilio,
Orazio fu attratto dallo stesso cenacolo napoletano, dove si
legò in amicizia con Virgilio stesso, con Lucio Vario Rufo e
con Quintilio Varo. Se nel papiro già citato sull'avarizia
(253, fr. 12, 34) il suo nome si leggesse per esteso,
dovremmo ritenere che il Venosino, appena ventenne (era nato
nel 65 a.C.), avesse avuto già occasione di legarsi
all'élite degli amici menzionati da Filodemo nei due papiri.
Viceversa le tre lettere superstiti consentono d'integrare
anche Plòtie, soluzione questa che mi sembra più
cauta e attendibile: il nome di Plozio Tucca è già nel primo
dei Catalepton, la stessa raccolta dei saggi
giovanili di Virgilio in cui trovano anche menzione il
«dolcissimo Vario» e le «dotte sentenze del grande Sirone».
Poiché, d'altro canto, ci risulta che Orazio nel 44 era già
ad Atene, dove si sarebbe incontrato con Bruto che l'avrebbe
accolto nelle sue file col rango di tribuno militare, e che
in Italia tornò solo alquanto più tardi dopo l'umiliazione
della sconfitta sul campo di Filippi (ottobre del 42),
sembra molto più ragionevole supporre che fosse l'amarezza
di chi tornava «con le ali tarpate, abbattuto e privo della
casa e del podere paterno» a inoltrarlo verso l'accorata
meditazione e il clima rasserenante del cenacolo napoletano.
Quegli stessi anni (41-40) non furono neanche lieti per il
dolce poeta delle Bucoliche: si creò una comunanza di
stati d'animo e di esigenze spirituali, che doveva portare
quel gruppo d'intellettuali, poeti o amatori di poesia, ad
intendersi e collaborare anche sul piano
artistico-letterario. Ad esempio Orazio (De arte poetica
55), trattando del diritto di creare neologismi, sta
dalla parte di Virgilio e Vario, contrapponendosi a Plauto e
a Cecilio, e più oltre (v. 436 ss.), pone in rilievo
l'austero rigore critico di Quintilio Varo.
È probabile che il primo vincolo
d'amicizia tra il Venosino e i suoi amici di Napoli fosse
già maturato prima dell'anno 38 a. C, quando prima Virgilio,
poi Vario parlarono di lui a Mecenate (Sat. I 6, 54
s.). Il legame fraterno era quanto mai vivo nella primavera
del 37, all'epoca del famoso viaggio a Brindisi: dopo la
notte trascorsa a Formia in casa di Murena, Orazio, giunto a
Sinuessa, si vede venire incontro Plozio Tucca, Vario e
Virgilio: «quali abbracci e quanta letizia fu tra noi!» (Sat.
I 5, 44 s.). A pochi giorni di distanza, quando Vario
dovrà staccarsi dagli amici, essi non potranno trattenere le
lacrime (ibid. v. 93). Circa due anni più tardi,
all'epoca cioè della decima satira, che può considerarsi di
poco anteriore alla pubblicazione del primo libro (35 a.C),
Orazio accanto al forte epos di Vario menziona la
grazia soave delle Georgiche (vv. 42 s.), e poco
oltre inizia una lista di poeti o critici di poesia con i
nomi dei suoi amici più cari: « Plotius et Varius,
Maecenas Vergiliusque » (v. 81). Se a conclusione di
questi dati si aggiunge un accenno non irrilevante di S.
Girolamo (Ol. 190, 4): «Varius et Tucca Vergilii
et Horatii contubernales poetae habentur illustres»,
abbiamo innanzi a noi la storia del sodalizio napoletano
nato da Sirone e rifiorito intorno al poeta di Mantova.
Pare da escludere che Orazio avesse
rapporti personali con Sirone: fu invece in amicizia con
Filodemo, che rimase in vita alcuni anni dopo il 40 a. C..
Basti pensare ai versi nei quali Filodemo è presentato come
fautore degli amori facili e poco rischiosi (Sat. I
2, 120 ss.), una materia che trova eco nella maggior parte
degli epigrammi attribuiti al Gadareno. In essi il motivo
erotico è prevalente: sono amori di etere, alle quali lo
scrittore si rivolge senza ritegno e senza veli, nel
linguaggio di un filosofo del piacere che s'era presa la
briga, come sappiamo da Cicerone, di secondare sulla strada
del vizio il suo ospite, uomo dal palato grossolano.
Eppure qualche nota poetica non manca,
qua e là, di occhieggiare in mezzo al repertorio vieto e
trito della musa filodema. Si ponga mente ai seguenti versi
di un epigramma dell'Antologia Palatina (IX 570): « O
Bionda, plasmata di cera, dal corpo profumato d'unguenti,
dal volto di Musa, stupenda statua degli alati Desideri,
intonami con le mani rugiadose un balsamico carme: bisogna
che un giorno in un letto solitario, fatto di sassi e di
pietra, io dorma immortalmente per un tempo infinito.
Cantamela di nuovo, piccola Bionda, sì, sì, questa dolce
canzone ».
È il pensiero della morte che subentra
alla dolcezza dell'amore, un pensiero reso ancora più triste
dalla considerazione epicurea che non l'anima, ma la morte
stessa è immortale. La vena di sentimentalismo che anima
questi versi può ben essere stata ispirata al poeta greco
dalla suggestione di un raffinato mondo lirico, quello della
Napoli di tutti i tempi.
Quando poi Orazio, intorno al 15 a. C,
prese a scrivere l'Arte poetica, Virgilio era già
morto, e il dolce sodalizio degli amici cari al cuore dei
due poeti ormai non esisteva più. Tuttavia, dagli accenni
già fatti a due luoghi dell'epistola e da vari aspetti di
essa, mi sembra di poter concludere che gli incontri
napoletani di Orazio con Virgilio potessero avere per
argomento questioni tecniche e formali, come quelle che
affiorano sia nell'Arte poetica che nelle due prime
epistole del secondo libro. E forse la conversazione
ritornava talvolta su argomenti ch'erano già stati discussi
tra le mura ospitali della villa d'Ercolano. Il fatto stesso
che l'Arte poetica sia stata dedicata ai Pisoni, cioè
al figlio e ai nipoti di quel patrizio che aveva aperta la
sua sontuosa dimora a Filodemo, ci lascia pensare che
Orazio, tornando dopo anni e quindi con nuova maturità
critica ai problemi della poesia, cercasse di ristabilire,
attraverso la scelta di quei destinatari, il legame ideale
con quel personaggio intorno a cui gli altri amici s'erano
stretti in vincoli d'affettuosa simpatia.
Inoltre la suggestione d'uno scritto di
Filodemo, il trattato in almeno cinque libri sui
componimenti poetici, conservato in molti papiri, e, per il
libro quinto, in almeno due esemplari, tutti appartenenti
alla biblioteca della villa d'Ercolano, dovette certo avere
la sua parte nel far sì che Orazio si decidesse a scrivere
de arte poetica. Certo non è facile istituire un
confronto diretto tra le meticolose polemiche, espresse per
giunta in uno stile contorto e spesso oscuro, con le quali
il filosofo di Gadara combatteva Platonici, Peripatetici e
Stoici che avevano scritto di poesia, e gli esametri
armoniosi e suggestivi del poemetto oraziano. Tuttavia
l'antitesi tra le due poetiche dell'utile e del dilettevole,
la sottile differenza tra materia comune e impronta
artistica individuale, la ripartizione sistematica dello
studio critico nei tre momenti della «poesia», cioè del
contenuto, del «poema», cioè della forma, e del «poeta»,
cioè della personalità e dell'indole di chi scrive,
costituiscono parte essenziale delle due opere. Inoltre un
commentatore di Orazio, Porfirione (del terzo secolo d. C),
iniziando lo studio dell'epistola, ci fa testimonianza che
il poeta «nel suo libro raccolse i precetti di Neottolemo
Pariano intorno all'arte poetica, certamente non tutti, ma
quelli di maggiore rilievo ». Queste parole stanno a dire
che Orazio, in sostanza, pur avendo le sue fonti, non mancò
di fare opera originale: attinse i punti salienti della
trattazione da Neottolemo, ma seppe dare muscoli e nervi a
quello schema, facendosi forte della propria esperienza
artistica.
Tuttavia sorge spontanea una domanda.
Come si spiega che proprio uno scritto dell'ignotissimo
Neottolemo (Diogene Laerzio, ad esempio, nelle Vite dei
filosofi, lo ignora assolutamente) cadde tra le mani di
Orazio e si guadagnò subito la sua scelta? La risposta è
semplice. Il quinto libro di Filodemo sui componimenti
poetici è una scorribanda attraverso le opinioni dei
filosofi postaristotelici in fatto di poesia; la parte
relativa ai Peripatetici prendeva le mosse da una serie
d'estratti dal lavoro di Neottolemo, che Filodemo dice
d'avere attinti di seconda mano. Dunque, neanch'egli
possedeva l'opera completa di Neottolemo, ma solo quei punti
essenziali, che sarebbero diventati, in Orazio, i
praecepta eminentissima cui allude Porfirione. È chiaro
dunque che Orazio prese i suoi primi appunti per l'Arte
poetica proprio in una delle discussioni critiche tenute
ad Ercolano, di cui Filodemo era certo protagonista. Che
anzi, se possedessimo per intero le prime colonne del papiro
1425, potremmo forse scorrere ancora con gli occhi gli
appunti riassuntivi dell'opera di Neottolemo che Orazio, in
una delle sue visite alla villa di Pisone, consultò e
trascrisse avidamente.
Anche l'Arte poetica oraziana,
che, accanto alla Poetica di Aristotele, rappresenta
l'essenza del pensiero antico in fatto di critica letteraria
ed esercitò un'influenza così grande nel Medioevo e durante
l'Umanesimo, ci appare, attraverso questi solidi richiami,
come un prodotto dell'attività culturale che si svolgeva nel
golfo di Napoli, degno quindi di stare accanto alle
Georgiche di Virgilio, nate, come l'autore medesimo
confessa, dalla suggestione ideale della dolce Partenope.
Nel descrivere un concilio di
fattucchiere (Epod. V 43), Orazio non sa trovare una
sede più appropriata che Napoli e dintorni, e affibbia
senz'altro alla città l'epiteto poco lusinghiero di «otiosa».
Questo evidentemente non vuol essere un
elogio, né alludere agli otia filosofici della scuola
di Sirone: il poeta ha voluto dire semplicemente «città di
sfaccendati», e ha certo inteso alludere alla facile
credulità d'un popolo che tutto prende per moneta contante.
Non tutti, peraltro, sono persuasi che
Orazio, nel menzionare Napoli, intendesse considerarla come
il luogo prescelto dalle streghe per il loro conciliabolo; è
vero che, qualche verso prima, la maga Sagano sparge «Avernales
aquas», cioè acque del lago d'Averno, ma poco più oltre
(v. 100) compaiono gli uccellarci dell'Esquilino. Inoltre la
maga numero uno, Canidia, viene identificata dall'antico
commentatore Porfirione con una certa Gratidia, unguentaria
napoletana, cosa che spiegherebbe l'improvviso e
sorprendente richiamo topografico. Una cosa sola è evidente:
più l'addentellato con Napoli risulta tenue, e più l'averla
menzionata diventa grave, quasi che quell'opera volesse
appunto dire «la vera patria dei perdigiorno di tutto il
mondo greco-romano».
Pochi anni dopo, Virgilio chiudeva le
Georgiche con due versi che, pur facendo leva sullo
stesso vocabolo, otium, sono tanto dissimili
dall'impennata oraziana (IV 563 s.):
illo Vergilium me tempore dulcis alebat
Parthenope, studiis
florentem ignobilis oti.
«In quei tempi la dolce Partenope ospitava
me
che fiorivo di entusiasmo per un otium
poco nobile».
Qui otium significa certamente
attività letteraria: la dolcezza di Partenope, forse dovuta
al clima, forse alla cordialità degli abitanti, o forse al
livello della sua tradizione culturale, aveva contribuito a
orientare Virgilio verso la poesia dei campi. Perché poi
tale otium dovesse parergli «ignobile», si può
spiegare in due diverse maniere: o il poeta lo paragonava
alla musa epica, quella dell'Eneide, di cui già
presagiva la creazione, o pensava all'alto livello degli
otia filosofici, cioè degli eletti incontri spirituali
che si tenevano presso le scuole, come quella che era stata
del suo maestro, Sirone epicureo. Che tale tradizione di
otia intesi nel significato più nobile continuasse a
fiorire a Napoli ancora una quarantina d'anni più tardi,
durante i primi tempi della nostra era, lo possiamo arguire
da un luogo dell'ultimo libro delle Metamorfosi
d'Ovidio (vv. 708 ss.). Il poeta descrive il viaggio
costiero d'una mitica nave, che, superato lo stretto di
Messina, «punta su Leucosia e i roseti della tiepida Pesto,
quindi sfiora Capri e il promontorio di Minerva e i colli
che alimentano le vigne generose di Sorrento e Stabia e la
città di Ercole e Partenope nata apposta per gli ozi, e,
dopo di essa, i templi della Sibilla cumana».
Quel «Parthenopen in otia natam»
che ha tutto l'aspetto d'una battuta umoristica, magari
proprio ispirata all'otiosa Neapolis del poeta
venosino, rispecchia invece senz'alcun dubbio quel clima e
quella tradizione filosofico-letteraria di cui la greca
Napoli, ormai anche sede ufficiale di solenni agoni e
certami poetici, era, dopo Roma, la depositaria più degna.
La città, con le sue bellezze naturali, la vita gaia e
serena, l'amenità salutifera delle vicine terme e le
periodiche manifestazioni di cultura e d'arte, era divenuta
l'ambiente più idoneo per ricreare in un clima distensivo il
corpo e lo spirito.
Tale consuetudine del resto aveva radici
abbastanza profonde. Nell'orazione Pro C. Rabirio Postumo
(26 s.), del 54 a.C, Cicerone vuol giustificare il suo
cliente, che aveva smesso per qualche tempo la toga romana
per indossare il mantello greco, citando il caso di tutti
quei cittadini i quali, una volta giunti a Napoli, non si
vergognavano neanche minimamente di dar luogo alla stessa
mascherata. Oltre ad essere autentici cittadini romani,
molti di costoro appartenevano all'aristocrazia, e non erano
ragazzetti imberbi, ma addirittura senatori delle famiglie
patrizie più elevate; e l'oratore precisa che tale contegno
rilassato, tollerabile al massimo per chi trascorre le
vacanze nelle proprie campagne, pure non dava nell'occhio,
anzi passava inosservato per le vie di Napoli, città molto
«illustre», o forse anche molto «frequentata». Infatti
l'aggettivo «celeberrimus» si presta così all'una
come all'altra interpretazione: e certo la Neapolis romana,
inclusa in un perimetro tutt'altro che capiente, doveva
trovar difficoltà ad accogliere, di primavera o d'estate,
l'eccezionale afflusso dei nobili Quiriti. Ma tale periodica
ondata di turismo era poi a sua volta dovuta alla
celebritas, cioè alla rinomanza che la città era andata
conquistandosi proprio perché adatta a trascorrervi una
parentesi beata: Ovidio ha colto nel segno.
A Cicerone fa eco un noto brano di
Strabone (V 4, 7) composto pochi decenni dopo da chi aveva
avuto agio di frequentare Napoli e la Campania, osservandone
con vigile acume la natura e i costumi: «Anche Napoli
possiede sorgenti di acque calde e impianti balneari non
inferiori a quelli di Baia, ma molto più ridotti di numero.
A Baia infatti è venuta creandosi un'altra città, non più
piccola di Pozzuoli, con edifici principeschi addossati gli
uni agli altri. Prolungano in Napoli la maniera di vivere
secondo l'uso greco quelli che da Roma vi si ritirano per
cercarvi riposo: uomini che si son dati da fare nel campo
delle lettere, ovvero anche d'altre categorie, che, vecchi o
malati, sentono il bisogno d'una vita comoda e serena. Vi
sono poi anche taluni Romani che, dilettandosi di questo
tenor di vita, alla vista delle tante personalità che vi
praticano la stessa indole di costumi, trovano piacevole il
soggiorno e vi fissano la propria dimora».
…